“Il problema della Lega delle Nazioni”
PRO ET CONTRA
di Arnaldo Volpicelli

Quale dunque il rimedio? Il rimedio non sarà certo l’antistorico ed impossibile ritorno all’età pregiuridica della disorganizzata coesistenza di fatto dei singoli Stati e delle estrinseche, occasionali relazioni tra essi, sia pure di volta in volta esplicatisi in labili accordi e trattati particolari; non sarà l’elisione di ogni stabile ed obiettiva organizzazione giuridica tra gli Stati, di ogni ideale ed ordinamento societario, nel nome d’un superato nazionalismo atomistico ed extragiuridico, fomite di confusione e di guerre tra i popoli; ma la sostanziale riforma dell’attuale istituto in base a nuovi principi veramente capaci di garantire la sicurezza, e cioè, come si è visto, l’esplicazione pacifica, non già l’impedimento brutale, della vita e della civiltà. Non sarà l’imperialismo o l’affermazione della singola e indisciplinata potenza: della potenza sottratta ad ogni vincolo ed organismo giuridico, e perciò ricondotta ad uno stadio storicamente ed eticamente inferiore; ma l’abolizione effettiva di quell’imperialismo, sia esso disorganizzato ed eslege, o trasferito e garentito – nella forma e con le conseguenze già viste – nell’ordine societario. Non sarà un passo all’indietro, ma in avanti: uno sviluppo dell’attuale Lega delle nazioni, non più impostata sopra il contraddittorio principio della sicurezza delle potenze, ma della sicurezza tout court.

Questa è, infatti, possibile ove i singoli Stati entrino a costituire la Lega non già come «singoli» – per esserne garentiti, cioè, nella loro singolarità e forza presente -, ma come «collaboratori», come soggetti d’un comune lavoro e d’un fine comune, nella misura corrispettiva alle proprie possibilità, che, su quel presupposto e solo su esso, è garenzia e interesse comune consentire e promuovere. Il rimedio è nel passaggio dall’atomistica molteplicità degli Stati alla loro organizzazione unitaria; nel passaggio dell’istituto dall’attuale figura di apparato di garanzia dei singoli Stati, in guisa da assicurare a ciascuno la più ampia sfera possibile di libertà atomistica ed arbitraria, in quella di organismo unitario con un unico fine e un’unica volontà direttiva in ordine a tutto quanto il complesso delle loro attività nazionali: nel suo passaggio dall’attuale stadio giurisdizionalistico a quello istituzionalistico.

Passaggio in tutto identico a quello dello Stato moderno che, da mero apparato di garenzia dei singoli o dissociati individui, ha dovuto avviarsi a diventare sempre più pienamente l’organizzazione stessa e totale del cittadini, per riuscire appunto a realizzare il compito suo di sicurezza e pace sociale. Passaggio, infine, determinato dalla comprensione che i fini individuali non sono affatto singoli ed irrelati, ma interdipendenti e reciprocamente condizionantisi; che essi non si possono quindi determinare, esplicare e garantire sulla base di un ordinamento giuridico individualistico, ma sopra quella, diametralmente antitetica, di un compatto ordinamento giuridico a base istituzionale e sociale.

La Società degli Stati deve appunto «associare» e organizzare sostanzialmente gli Stati: i loro fini, mezzi e poteri. Solo così è possibile quella loro sicurezza, che è appunto la condizione e la conseguenza del loro affermarsi nella misura adeguata alle proprie necessità e possibilità: che è quanto dire, in piena conformità alla più stretta giustizia.

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A preventivo scanso di equivoci, gioverà ancora chiarire la natura e la portata interiore di questa associazione. Si ode, infatti, generalmente asserire che il vero e pieno ideale della Lega delle nazioni sia quello d’una maggiore giustizia nella distribuzione tra i popoli delle materie prime, oggi detenute, come strumento di oppressione economica e politica, da alcuni popoli imperialisti.

Ora, è necessario affermare subito e con la massima forza che una società veramente capace di superare i pericoli e le incongruenze insidenti nell’attuale indole dei rapporti tra i popoli, non può limitarsi all’impari e contraddittorio fine di una mera regolamentazione giuridica del problema distributivo. Chiaro è, infatti, che quello della distribuzione non è un fenomeno originario ed autonomo, ma è solo un effetto, e, per l’appunto, l’effetto intrinseco, necessario e puntualmente corrispettivo dell’organizzazione tecnica e sociale della produzione. Talchè risolvere il primo – risolverlo, ben inteso, in modo radicale ed effettivo – importa necessariamente operare in modo intrinseco e compiuto sopra il secondo. La soluzione del problema distributivo implica quella del problema produttivo, da cui esso logicamente deriva.

L’impostazione corrente di quel problema, sotto specie, cioè, di una mera ed immediata regolamentazione della distribuzione secondo il c. d. criterio d’una maggiore giustizia sociale, è un genuino residuo del sapiente armamentario conservatore del vecchio liberalismo; il quale, nel suo vero, fondamentale proposito di tenere ben fermi, ed anzi di garentire, i presupposti tecnici e sociali della sua organizzazione produttiva, si limitò appunto a lenirne o mitigarne gli effetti con espedienti estrinseci e marginali: con mezzi, cioè, per ipotesi, incongruenti e inadeguati allo scopo, ma solo più o meno idonei al loro fine primario di conservazione dell’attuale organizzazione economica e sociale.

Chi vuol davvero una maggiore giustizia – e, precisamente, tutta quella storicamente possibile – nel sottostante ordine della distribuzione dei beni, occorre che si risolva a volere una maggiore giustizia o «adeguatezza tecnica e sociale» nell’ordine originario e determinante della produzione. Solo annullando o correggendo radicalmente la causa strutturale ed organica degli squilibri sociali, è possibile elidere o sanare effettivamente questi ultimi.

Il problema della giustizia deve, con lealtà e coraggio, portarsi sopra il terreno dell’organizzazione della produzione.

Il che, nell’ordine internazionale, vuol dire che il fine ultimo a cui tendere, come a quello in cui è la vera elisione del1e attuali cause di conflitto tra i popoli, non può essere il fine di una semplice distribuzione tra loro dei mezzi di produzione e delle annesse fonti territoriali – che supporrebbe pur sempre un loro inalterato atomismo e, quindi, un immutato stato di concorrenza e di lotta -; ma dev’essere quello di un’organizzazione comune dei loro mezzi e processi produttivi, di un’intima e totale organizzazione unitaria dei singoli Stati.

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