LA MEMORIA: UN TESTIMONE NON ATTENDIBILE?
di Martino Feyles
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”

Ma allora fantasia e ricordo sono la stessa cosa? Così non si apre la strada verso lo scetticismo assoluto? In realtà no. Ciò che distingue un autentico ricordo da una fantasia non è la qualità dell’immagine, ma ciò che Husserl chiama “coscienza di realtà” (Wirklichkeitbewusstsein). L’immagine rimemorata appare come un ricordo e non come una mera fantasia, perché è caratterizzata da una particolare coscienza posizionale, cioè perché la coscienza la pone come reale [16] . Ma cosa significa questo? La coscienza decide forse consapevolmente (e magari arbitrariamente) quali immagini sono da considerarsi come dei ricordi e quali invece sono semplici fantasie? Assolutamente no. La posizione di realtà avviene a livello precategoriale, il che significa che non è una decisione consapevole della coscienza. L’immagine rimemorata appare fin da subito caratterizzata come reale o come irreale, indipendentemente dall’assenso critico della coscienza. Infatti normalmente non abbiamo bisogno di ragionare sulle immagini presentificate per capire se si tratta di ricordi o fantasie. Ma allora su cosa si fonda la posizione di realtà? Si fonda sulla certezza ritenzionale. Ma per capire in che modo sia possibile l’autenticazione di una presentificazione intuitiva, cioè in che modo sia possibile riconoscere un’immagine che appare alla coscienza come una vera e propria rimemorazione, è necessario aggiungere qualche precisazione in più ai pochi cenni sviluppati in precedenza a proposito della ritenzione.
In ogni processo percettivo si possono distinguere sempre un contenuto materiale di natura intuitiva, le impressioni sensibili, e il senso percettivo, che Husserl chiama anche “noema”. Per esempio: se io osservo una sedia dal basso, dall’alto e di lato, le tre immagini percettive che mi appaiono sono molto diverse. Ma ciò che attraverso queste immagini così diverse è “preso di mira”, è qualcosa che rimane identico: le tre diverse immagini, che sono apprese in tre momenti successivi e che hanno un contenuto molto differente, hanno il medesimo senso percettivo. Sono manifestazioni diverse del medesimo oggetto. L’unità percettiva “sedia”, l’oggetto “sedia”, si costituisce a partire dalla sintesi di diversi momenti percettivi. Come abbiamo detto, affinché questa sintesi sia possibile è necessario che la coscienza trattenga nella ritenzione i momenti percettivi appena passati e che li tenga insieme al momento percettivo attuale in una sintesi. Ma una volta che il processo percettivo è compiuto, una volta che l’unità percettiva “sedia” si è costituita, ciò che rimane nella ritenzione è il senso percettivo costituito. Questo significa che nella ritenzione si conserva il senso di ciò che è percepito e non le immagini percettive. Husserl esprime questo concetto affermando che la ritenzione non è una “coscienza di immagine” (Bildbewusstsein).
Questa notazione husserliana deve essere sottolineata, perché la rimemorazione, al contrario, è un’immagine, anche se un’immagine sui generis, non paragonabile alle immagini reali effettivamente presenti nel mondo esteriore (per esempio un quadro o una fotografia). La rimemorazione è una rappresentazione di fantasia, una presentificazione. Ma è una rappresentazione di fantasia che si conforma al senso percettivo dell’esperienza ritenuta. È proprio questa “adeguazione” al senso ritenuto ciò che distingue una mera fantasia da una fantasia caratterizzata dalla coscienza di realtà, cioè dal ricordo. Quando io ricordo la pallina da tennis che ho visto il giorno primo, nella mia coscienza appare un’immagine che ha la stessa natura delle rappresentazioni di fantasia che mi appaiono quando visualizzo centauri, dragoni e streghe. La differenza è che l’immagine della pallina da tennis scagliata per aria è conforme al senso noematico di un evento che è stato ritenuto. In termini più tecnici: la presentificazione intuitiva appare nella rimemorazione come lo riempimento intuitivo di una ritenzione vuota [17] .
Poiché la ritenzione, come si è detto, è un’estensione della coscienza percettiva; poiché la coscienza ritenzionale è certa e indubitabile esattamente come la percezione di cui prolunga nel tempo il senso, anche la rimemorazione implica una posizione di realtà: ciò che appare nell’immagine memorativa (in questo caso la pallina da tennis che percorre la sua parabola) non è una mera fantasia, è qualcosa di realmente accaduto. D’altra parte, poiché l’immagine memorativa è una rappresentazione di fantasia, poiché non si tratta di una copia scialba o illanguidita dell’immagine percettiva, la rimemorazione è sempre una ricostruzione intuitiva.
Lo si capisce bene quando si prendono in considerazione ricordi un po’ più complessi: io sono certo di aver visto la piazza Rossa a Mosca. Nella ritenzione si conserva in modo indubitabile il senso di ciò che ho percepito diversi anni orsono. Mentre ricordo, mi appare un’immagine e mi sembra quasi di poter vedere la tomba di Lenin e le guglie colorate della chiesa di San Basilio. Ma se esamino più attentamente questa immagine memorativa mi accorgo che si tratta di un’immagine schematica, per molti versi indeterminata e piena di lacune. Le guglie della chiesa di S. Basilio erano variopinte: ma di che colore erano esattamente? blu e bianche? rosse e bianche? Nella mia immagine memorativa questo dettaglio non è evidente. Eppure io sono certo che le guglie c’erano e che erano “variopinte”! Da dove deriva questa certezza? dall’ispezione dell’immagine memorativa che mi appare? Assolutamente no, perché io – guardando solo a ciò che mi appare nella rimemorazione – non sono in grado di stabilire esattamente di che colore sono. Al contrario è la certezza di aver percepito “delle guglie variopinte” (il senso noematico ritenuto) che precede e guida la rappresentazione intuitiva. La fantasia cerca di dare corpo a ciò di cui sono già certo grazie alla ritenzione.
Si vede così che la posizione di Husserl è in qualche modo intermedia rispetto alle due scuole di pensiero di cui si diceva prima. Da una parte c’è la ritenzione, che è concepita come una registrazione passiva e in un certo senso oggettiva del dato percettivo. Dall’altra c’è la rimemorazione, che è a tutti gli effetti un’immagine di fantasia e come tale è instabile, indeterminata e a tratti anche arbitraria. La grande differenza rispetto alla teoria empirista classica è che ciò che la ritenzione “registra” non è l’immagine percettiva, ma il senso noematico, il senso percettivo del fenomeno.
Di conseguenza i ricordi non sono pensabili come delle specie fotografie più o meno invecchiate, accumulate da qualche parte nella coscienza. I ricordi sono delle rappresentazioni di fantasia costruite al presente per dare corpo e concretezza intuitiva a ciò che è conservato nella ritenzione.
In questo modo la valorizzazione più spregiudicata del ruolo della fantasia nei processi memorativi va di pari passo con un’intenzione che in ultima analisi è realistica.


4. Fenomenologia della memoria e scienze sperimentali

Si può facilmente prevedere la reazione del lettore che non ha familiarità con la fenomenologia e con il suo metodo di fronte alla tesi che ho sostenuto nel paragrafo precedente. È una reazione che unisce l’interesse per un idea suggestiva allo scetticismo nei confronti di un metodo che appare sospetto. È una reazione che si configura in una domanda ben precisa: “ma non c’è una risposta scientifica?” Questa domanda, di per sé legittima, è in realtà la manifestazione più evidente di una riduzione delle possibilità conoscitive della ragione, tipica della modernità e della post modernità occidentali. Una riduzione per cui solo ciò che soddisfa i canoni dell’oggettività e dell’esattezza scientifica – dove per scienza si intende solo la scienza sperimentale – è in ultima analisi attendibile. Husserl ha scritto più di un testo contro questo modo di pensare e la fenomenologia nasce fin dall’inizio come una critica di quel pregiudizio scientista per cui si tenta di imporre il metodo scientifico-sperimentale come l’unica fonte di evidenze attendibili. In questa sede non posso ripercorrere la serratissima critica che egli elabora a questo proposito [18] . Devo però almeno accennare – anche in questo caso in modo sommario – ad una questione di metodo fondamentale: la descrizione fenomenologica della vita della coscienza trae la sua legittimità dalla critica della pretesa di “naturalizzare la sfera psichica”, cioè di sottoporre i fenomeni coscienti agli stessi criteri di osservazione e sperimentazione che si applicano ai fenomeni naturali, come se si trattasse di oggetti del medesimo genere. Ora, un ricordo non è innanzitutto un fenomeno naturale. Di per sé non è un fenomeno che può essere studiato oggettivamente come il moto di una particella o il comportamento di un elemento chimico.
È possibile misurare con grande accuratezza i tempi di ritenzione di una sequenza casuale di sillabe. È possibile osservare l’attività cerebrale di un soggetto che racconta un ricordo. È possibile studiare il comportamento di un paziente che in seguito ad una grave lesione cerebrale ha perso alcune capacità essenziali di memoria. Ma il ricordo vero e proprio non può essere osservato dall’“esterno” in modo diretto, non può essere direttamente “misurato” e non può essere “costruito” in laboratorio. Gli studi sperimentali hanno il loro indiscutibile valore scientifico e producono risultati di grande interesse. Ma implicano tutti allo stesso modo una riduzione del fenomeno del ricordo alle sue cause o ai suoi effetti materiali e presuppongono tutti una preliminare comprensione (da parte dello scienziato che formula l’ipotesi, così come da parte del soggetto che si presta all’esperimento) di cosa sia un ricordo, di cosa sia un’immagine mentale, di quale sia la differenza tra un ricordo e una fantasia, ecc. In altre parole presuppongono una fenomenologia implicita. La ricerca sperimentale è dunque sempre preceduta da una analisi fenomenologica della memoria.
Con ciò i risultati ottenuti dalle scienze sperimentali non vengono screditati e il fenomenologo non viene autorizzato a disinteressarsene. Al contrario, una volta chiarita la differenza tra la descrizione fenomenologica dell’esperienza del ricordo e l’osservazione delle cause e degli effetti materiali del ricordo constatabili con metodi obbiettivi, diviene evidente la necessità di un serrato dialogo tra discipline differenti. Per quel che riguarda la tesi centrale di questo articolo – la rimemorazione è una fantasia caratterizzata dalla coscienza di realtà – anche nella letteratura scientifica è possibile rinvenire interessanti elementi di conferma almeno in tre direzioni:
1) È possibile costruire esperimenti che mostrano quanto siano simili i meccanismi messi in atto quando un soggetto costruisce una fantasia e quando ricorda. Le pioneristiche ricerche condotte da F. Bartlett nei primi decenni del Novecento hanno aperto la strada alla considerazione sperimentale del rapporto tra ricordo e fantasia. Il suo lavoro più noto, Remembering, è ormai piuttosto datato, ma rimane un punto di riferimento imprescindibile nella letteratura scientifica. Una delle idee di fondo di questo lavoro è che il ricordo e la fantasia siano due fenomeni essenzialmente simili. Bartlett mostra che il processo rimemorativo è un processo costruttivo che – esattamente come la fantasia – implica la riproduzione di un’esperienza passata a partire da “schemi” generali che un soggetto possiede: