FRIEDRICH DÜRRENMATT, LA MORTE DI SOCRATE, MILANO, MARCOS Y MARCOS, 2002.
Spunto per una riflessione sul tema della giustizia.
di Enrica Cozza

Solo nel corso dell’opera si scopre che il degenere desiderio di Spät di farsi giustizia da sé è riconducibile all’educazione "artificiale" ricevuta in orfanotrofio, istituzione che Dürrenmatt dipinge come una realtà virtuale, retta da regole di convivenza sociale, predefinite sulla base di un modello astratto, del tutto estraneo a quello naturale della famiglia.
Quale prodotto (in)umano di una (ir)realtà così perfetta, Spät ritiene di dover agire anch’egli secondo perfezione, ristabilendo quell’ideale di Gerechtigkeit a cui il meccanismo della Justiz non ha corrisposto.
In realtà, nonostante le nobili intenzioni, il protagonista non è però in grado di avvertire l’identità che l’avvicina in questa sua Einstellung all’assassino Kohler, da lui definito come "Raubtier" (p. 181).
Nello svolgersi della trama si presenta un momento in cui un altro personaggio, il comandante della polizia al quale il manoscritto è indirizzato, cerca di indicare all’avvocato l’insensatezza dei suoi propositi, l’irrazionalità della sua ?ß???, quale "Retortenmensch, gezüchtet in einem Musterlaboratorium, geleitet nach den Prinzipien der Erzieher und Psychiater, die unser Land nebst Präzisionsuhren, Psychopharmaka, Bankgeheimnis und ewiger Neutralität hervorgebracht hat" (p. 191).
La Weltanschauung di Spät è però così fortemente condizionata dall’educazione artificiale ricevuta da indurlo a rinnegare la propria umanità, giocando "das Spiel der Justiz zu Ende" (p. 192).
Il personaggio che rappresenta l’altro lato della medaglia a cui Spät inconsapevolmente appartiene è, come già accennato, proprio Kohler, colto e spregiudicato politico che al fine di conseguire un obiettivo economico, gioca con le persone alla stregua di "Kugeln auf den Billardtisch" (p. 218); questi, oltre ad eliminare gli avversari per i propri scopi, riesce infatti a risultare innocente agli occhi bendati della Justiz, grazie agli escamotage forniti dalle imperscrutabili procedure della medesima.
Mediante quest’ultima caratterizzazione, Dürrenmatt stilizza l’impasse in cui si trova l’uomo moderno, il cui Lebensart, basato sul protocollo dell’unicità, lo induce, in generale, a ritenere che "die Politik und die Wirtschaft unterlägen den gleichen Gesetzen, jenen der Machtpolitik. Das gelte auch für den Krieg. Besonders die Wirtschaft sei eine Forsetzung des Krieges mit anderen Mitteln" (p. 198) ed, in particolare, a vedere se stesso come homo homini lupus, per cui "überall stehe man immer wieder vor der Notwendigkeit, Menschen von der Macht auszuschalten oder selber ausgeschaltet zu werden. Da sei ein schneller chirurgischer Griff vonnöten und abzuwarten, ob er erfolgreich gewesen sei oder nicht" (p. 198).
Dalla lettura di Justiz si evince, dunque, come la necessaria sintesi delle antinomiche rappresentazioni della giustizia (Justiz/Gerechtigkeit), sia lasciata dal Dürrenmatt al Leser/Zuschauer; l’autore, infatti, affida alla rappresentazione artistica, letteraria o teatrale, l’arduo compito di "intrattenersi" e "giocare" col mondo (theatrum mundi), onde svelarne la complessità e la contraddittorietà, partendo proprio da conflitti e contrapposizioni apparentemente insanabili; tra questi si rinviene nel Kriminalroman anche l’aspetto problematico del rapporto cittadino-Stato, riconducibile all’asserita incomunicabilità tra il Privato ed il Pubblico, così come a priori definiti dalla scienza giuridica moderna e tratteggiati dal Dürrenmatt.
Il sentimento di avversione da parte dell’uomo moderno nei confronti dello Stato, avvertito come estraneo a sé ed autoritario, emerge in Justiz mediante l’immagine forte dello Stato-polizia: "der Ausdruck dieser Misere ist das Anwachsen der polizeilichen Funkftionen: denn wer im Krieg mit der Gegenwart lebt, reglementiert. Unser Gemeinwesen ist weitgehend ein Polizeistaat geworden, der in alles hineinredet, in die Sittlichkeit und in den Verkehr (beide in chaotischem Zustand). Der Polizist stellt daher nicht so sehr ein Symbol des Schutzes dar als eines der Schikane" (p. 38).
Emblematico è notare come proprio la menzionata problematicità teorica dell’impostazione fornita dalla "geometria legale" al rapporto cittadino/Stato e accennata dal Dürrenmatt, comporti a tutt’oggi per esempio sul piano del Verwaltungsrecht, (in un paese diverso dalla Svizzera di Dürrenmatt, ma comunque di lingua tedesca, la Germania), gravi difficoltà pratiche nel garantire al cittadino un’adeguata tutela delle proprie situazioni giuridiche soggettive dinanzi alle istituzioni pubbliche. Si pensi zum Beispiel all’istituto tedesco del subjektives öffentliches Recht, che nella summenzionata prospettiva autoritaria del rapporto Bürger/Staat consiste in una "concessione" che il secondo fa in alcuni casi al primo, al fine di richiedere l’annullamento di un atto amministrativo illegittimo; qui ci si trova di fronte alla circostanza paradossale (onde appropriatamente dürrenmattiana), per cui proprio il titolare di un dato comportamento potenzialmente illegittimo (lo Stato) decide se e a quali soggetti dell’ordinamento giuridico conferire il potere (il söR) di convocarlo dinanzi ai giudici in caso di antigiuridicità del proprio agire.
In una modernità, dunque, dominata dalla credenza scientista, secondo cui sembra inconcepibile l’esistenza di altro sapere diverso da quello scientifico, il cui metodo, ipotetico-deduttivo, difficilmente si presta però a cogliere la complessità delle relazioni umane, soprattutto sul piano del t? d??a??? (termine con cui il mondo greco non a caso indicava allo stesso tempo diritto e giustizia), il Dürrenmatt sembra proporre l’arte, quale forma di conoscenza diversa, in grado di smascherare l’artificiosità di convenzionali e, quindi virtuali, Trennungen und Konflikte. Di qui, ad esempio, l’interessante definizione del "Kunstkritiker" come colui che "versteht zuviel von der Kunst, um die Wirklichkeit nicht zu unterschätzen, und zuviel von der Wirklichkeit, um die Kunst nicht zu überschätzen" (p. 196).
Questo in fondo è anche il senso di Justiz e della Morte di Socrate, opere in cui Dürrenmatt accompagna il Leser nella riconsiderazione di grandi temi e grandi personaggi, suggerendogli la riflessione ed indicandogli la via per una propria autonoma presa di posizione.

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