Il problema della democrazia in Antonio Rosmini
di Markus Krienke
(Facoltà di Teologia di Lugano)

Riassumendo, Rosmini non si esprime direttamente contro il voto democratico di per sé, ma egli in-tende, nel senso di una riflessione etica su questo stesso, di limitarlo e di regolarlo, secondo i principi della giustizia sociale. Questo lo conduce ad un’esclusione del voto democratico per le camere legisla-tive. Invece, Rosmini trasferisce il pensiero democratico al livello giudiziale, e riconosce la sua realizza-zione nella libertà e personalità dell’individuo. Sono quindi i diritti individual-liberali ad esprimere pure
una dimensione politica, come alla fine ne esprimono anche una sfera sociale: dimensione di respon-sabilità di quelli che posseggono per la società civile. Questa sistematica non trasferisce tutte le com-petenze individuali allo Stato, come tende a fare il sistema democratico, ma si basa sulla sussidiarietà e sulla libertà dell’individuo, e ritiene che – proprio secondo il senso etico della democrazia – alcune competenze devono rimanere a livello della società civile stessa.
Il sostegno dei nullatenenti, secondo questa concezione, non è di competenza originaria dello Stato, in quanto esso, in entrambe le sue dimensioni – di giustizia e di beneficienza – sono incentrate sulla per-sona. Innanzitutto essa è il principio, soggetto e fine della giustizia distributiva che non si orienta a me-riti personali o a virtù individuali, ma al criterio etico della dignità umana. La persona è l’istanza fonda-mentale della giustizia sociale e del diritto. Quel sostegno che le è dovuto come conseguenza di que-sta sua dignità e quindi dei suoi diritti fondamentali, non fa parte della beneficienza, ma del dovuto al-la persona singolare. Anche da questa costellazione risulta, che per Rosmini il problema della politica parte rigorosamente dall’individuo come persona, e quindi come diritto e libertà: questo è l’assetto della giustizia sociale.
Nel nome di questa giustizia Rosmini si vedeva, alla sua epoca, costretto di limitare la rappresentanza universale al “livello esterno” della società. Ciò è confermato anche da Piovani nel suo giudizio alquan-to chiaro e inequivocabile: «[t]endenzialmente antidemocratico è infatti il liberalismo del Rosmini, il quale è tra i pochi pensatori politici che abbiano saputo evitare la indistinzione di liberalismo e demo-crazia» . [114] Il liberalismo si articola attraverso la persona come criterio etico, non direttamente attraverso la forma politica che però ne è la conseguenza e si deve misurare nei confronti di dello stesso. Ulteriore conferma per il fatto che questa concezione di Rosmini deve essere interpretato per i suoi argomenti sistematici, e non per il suo rifiuto apparentemente univoco della “democrazia”, si evince dal fatto che Rosmini – per le ragioni analizzate in questo capitolo – esclude i non-contribuenti sì dal diritto di voto attivo, ma non da quello passivo «affinché possano essere eletti per i loro meriti e le loro capacità nel trattare questioni attinenti agli affari pubblici» .[115]

6. Limiti della democrazia secondo Rosmini
Rosmini riconosce che nella modernità la democrazia nasce come reazione legittima all’aristocrazia che si è formata sin dal tardo medioevo. Infatti, in questo senso egli considera la Rivoluzione Francese un momento importante e iniziale per qualsiasi etica politica che vuole pensare ad una legittimazione del governo a partire dalla persona. In questo senso, per lui le “costituzioni” sono come una «vendetta» della modernità al medioevo. Il popolo ha di per sé, così Rosmini, una tendenza naturale al «vero bene sociale» e sarebbe da escludere che esso vuole permanentemente il proprio male. Ma anche se questo non significa che ogni espressione della volontà del popolo ne corrisponde, si articola una visione ot-timistica che ora, nella modernità, si può finalmente realizzare al livello della costituzione della sfera politica. Per questo si verifica la grande attenzione di Rosmini alle costituzioni e la preoccupazione co-me si potrebbe assegnare ad esse una forma stabile, duratura.
Anzi, se prendiamo sul serio l’analisi secondo la quale il Roveretano considera la democrazia, come an-che le altre forme di governo, proprio nella chiave del pericolo del dispotismo, allora questa osserva-zione significa, rivolta in positivo, che la democrazia, nella sua realizzazione concreta, spesso ostacola proprio il fatto che la vera volontà popolare si possa liberamente esprimere. In questo aspetto Rosmini rivela il pericolo di questa forma dello Stato, ossia un suo aspetto che mette a rischio la libertà. Perché chi pone tutto il peso di legittimazione sull’aspetto democratico, non ha più mezzi e meccanismi per assicurare se tale processo non avviene (1) contro i diritti fondamentali e inalienabili e (2) probabilmen
te anche contro l’effettiva volontà del popolo stesso. Per la tutela, in questo senso, dei diritti individuali e dei “veri interessi del popolo”, Rosmini decisamente mette la fiducia nei diritti e nella libertà della persona, non nella democrazia.
Tale attenzione alla correzione della democrazia mediante i diritti è il risultato rosminiano dalla sua a-nalisi della Rivoluzione Francese. Le costituzioni post-rivoluzionarie non si sono dimostrate in grado di assicurare il quadro di ordinamento pubblico nella misura in cui la volontà del popolo è stata sacrifica-ta dalle concezioni rousseauviane, giacobiniste e socialiste. In questa situazione, il Roveretano ricono-sce il fondamento più forte nella divisione della sfera pubblica in una parte dell’insindacabilità dei dirit-ti inalienabili, che poi deve realizzarsi istituzionalmente, nell’altra parte, in chiave di giustizia sociale. Tale concezione si fonda nell’individualità forte di una persona che riconosce il suo fondamento nella trascendenza. In questo modo, forti individui danno un assetto sociale più giusto e più stabile quanto l’universale “sovranità popolare”: quest’ultima, di per sé, genera sempre il problema sporgente perché la sovranità viene stabilita prima della società civile. In questo modo, appunto, così la critica di Rosmini, non si ottiene altro che «trasportare l’antico despotismo dal re al popolo» , [116] perché questa decisione sull’apporto valoriale della base della società non viene fondata in modo etico-personalistico. La sovranità, però, non nasce con la natura dell’uomo, e neanche con il re, ma con le relazioni sociali, ed è quindi eticamente subordinata al criterio della dignità individuale e sociale (società teocratica e domestica). Rosmini distingue sempre il livello della natura dell’uomo, la persona, dal livello sociale, l’organizzazione politica della sovranità.
Un elemento che si forma nella democrazia, per trasmettere gli interessi dagli individui alla sfera politi-ca, per raccoglierli e per renderli trattabili nella politica, sono i partiti: Rosmini assume una posizione assai critica nei loro confronti, in quanto essi non hanno di mira la giustizia ma i propri interessi partico-lari . [117] In questo senso, essi rafforzano la tendenza di perdere di mira i fini e di perdersi nei mezzi della politica; ossia di trasferirla completamente al “lato esterno”, dimenticando che la sua base valoriale è sul “lato interno”. Interessante, che il rosminiano Minghetti cercava di difendere, nello spirito rosminia-no, i partiti . [118] Secondo lui, è la pubblica utilità l’elemento che li giustifica. Infatti, quest’ultimo ha visto un momento storico molto diverso dall’esperienza rosminiana e ha sviluppato ulteriormente, adattato al suo tempo, l’insegnamento politico rosminiano, mantenendo la validità dello stesso anche attraverso le riflessioni e gli adattamenti. Infatti, in questo modo Minghetti è riuscito a trasferire la dottrina rosminiana sui partiti in un criterio etico per i partiti, in un momento storico in cui essi si sono definitivamente affermati: e se la critica rosminiana si basava sulla preoccupazione che essi farebbero valere a livello politico unicamente la dimensione degli interessi, a scapito del bene comune e della giustizia sociale, allora Minghetti trasforma questa considerazione etica di Rosmini nel criterio etico-politico per i partiti stessi. E’ questa l’interpretazione, quindi, che sta alla base del nostro ragionamento della IV fase sull’apporto etico di Rosmini alla discussione sulla democrazia oggi.
In questo senso, si può ricavare dalle opere rosminiane che il Roveretano si esprime fermamente con-tro qualsiasi forma di “democrazia” che strutturalmente esclude la dimensione etico-personalistica. In-nanzitutto egli si rivolge contro i limiti del sensismo e del materialismo che stavano alla base delle teo-rie democratiche nella sua epoca . [119] Così mentre Tocqueville si limita a non escludere la possibilità che la democrazia in America fallisca, Rosmini ne prevede il crollo[120]. . Attraverso questi dettagli si intravvede nuovamente il concetto rosminiano di democrazia, che secondo lui nella sua epoca è ancora realizzata male in quanto considerata in chiave materialistica ma non personalistica. Per questo egli critica incessantemente le interpretazioni di sfumatura socialista, fino ad abbandonare il termine di “demo-crazia” stesso, stabilendo la garanzia sociale nella realizzazione della giustizia sociale . [121]
In questo senso, la Rivoluzione francese come rivoluzione democratica non avrebbe ancora ottenuto il risultato che avrebbe potuto ottenere ossia «le guarentigie sufficienti ad assicurare i diritti di tutti» .[122] Proprio nell’interesse di evitare gli abusi, Rosmini concepisce una combinazione della democrazia con gli elementi di una monarchia costituzionale come inquadratura precisa degli elementi legittimi della democrazia. Ad alcuni potrebbe sembrare, a questo punto, che come Hegel egli preferisse una monar-chia costituzionale come la forma più razionale dello Stato, in quanto riassume in sé i processi razionali di governo e di amministrazione, mentre la democrazia sarebbe esposta alle ideologie. Ma una tale impressione, che si può basare sulla Costituzione della giustizia sociale dove Rosmini definisce che lo «Stato è retto da un governo monarchico temperato dalle leggi» , [123] non considera che con il suo pensiero sarebbe compatibile anche un presidente della repubblica , [124] e inoltre non si accorge che Rosmini concepisce un sistema non solo di divisione dei poteri, ma di una propria concezione “parlamentare” del giudiziale. La democrazia necessita un sistema di diritti, perché la natura dell’uomo non solo attrae i singoli gli uni agli altri e li associa, ma crea anche disgregazione e tensioni: «i nostri riformatori ci parlino dell’attrazione passionata, che dee unire mirabilmente fra loro gli uomini, dimenticando che le passioni producono egualmente l’attrazione e la repulsione, e che le opposte attrazioni si collidono e guerreggiano insieme a morte, né un centro può attrarre a sé i circostanti elementi senza dividerli ed allontanarli da altri centri che li vorrebbero rattenere o del pari attrarre» .[125] Rosmini distingue tra etica individuale ed etica sociale: nonostante l’indubitabile necessità dell’etica individuale, a livello politico-sociale questa etica individuale non può sistematicamente influire, ma so-lo indirettamente. Infatti, per Rosmini il problema della democrazia è proprio il fatto che tramite essa, il problema della corruzione morale degli individui si trasferisce direttamente nella ragione sociale della politica[126] : Rosmini accusa quindi la democrazia – almeno in quella forma che ha di fronte lui – poco spessore etico-sociale e quindi poche assicurazioni contro il suo abuso. Proprio su questo versante, la teoria odierna politico-etica della democrazia si accorda molto più confacentemente alle analisi rosminiane. Generalmente, per una tale considerazione etico-sociale risulta che nel caso della democrazia – come per tutte le altre forme di Stato – l’«assolutismo nel governo» è nocivo non per la teoria, ma per il fatto della mancante infallibilità umana: «Se i governatori fossero infallibili, il governo assoluto non avrebbe alcuno inconveniente, Ma l’infallibilità è solo propria di Dio, e però a Dio solo spetta senza in-convenienza il governo assoluto» . [127] Questo vale anche per la democrazia – per quella forma in cui i «governatori» sono tutti i cittadini.
Proprio nella dimensione dell’inquadratura etico-sociale (costituzionale) della democrazia, Rosmini trova nel «liberalismo […] una vera e propria demistificazione della supremazia della volontà popolare e della maggioranza, considerate bensì come gli strumenti più adeguati per raggiungere le decisioni
comuni […], ma non come gli oracoli di una verità assoluta e incontrovertibile […], per la meditata convinzione che in politica, come in ogni altra attività mondana, nessuno può pretendere di essere il depositario della verità» . [128]

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