Il problema della democrazia in Antonio Rosmini
di Markus Krienke
(Facoltà di Teologia di Lugano)

Questa definizione di Cotta non risulta affatto casuale, in quanto, come si può dimostrare con D’Addio e Muscolino, nella dottrina della proprietà e del voto proporzionato si intravvede la piena attenzione di Rosmini ad assicurare la libertà e i diritti a tutte le persone della società. Ciò si evince dalla prova contraria, di tornasole, che proprio nel suffragio univer-sale Rosmini riconosce il primo passaggio verso il socialismo e quindi verso la rovina della costituzione sociale che deve assicurare a tutti una partecipazione alla vita pubblica caratterizzata di chances uguali – e questa si può realizzare, per Rosmini, anche se la rappresentanza politica alle decisioni del parla-mento risulta limitata. Infatti, Cotta sottolinea che la vera base della democrazia, la sua “essenza”, si trova al livello dei diritti fondamentali ed inalienabili della persona.
Probabilmente, Cotta in questa formulazione del realismo politico rosminiano come «essenzialmente democratico» si rifà ad un passo dell’opera Le Principali Questioni politico-religiose della giornata, nella quale Rosmini sottolinea che a livello “esterno”, dove appunto non si tratta della “rappresentanza es-senziale”, ma dell’utilità del governo rispetto al bene comune, sarebbe da preferire la «rappresentanza reale» a quella «personale» in quanto quest’ultima devierebbe dal compito del governo di regolare le modalità ed utilità dei diritti, sfociando in una mera lotta di interessi: «Questa distinzione – precisa Ro-smini allora – è necessaria, perché la rappresentanza può essere illusoria o effettiva. E’ una ricerca di al-ta politica quella del modo, nel quale si possono avere rappresentanze politiche effettive e non di puro nome, e finora non fu sciolto il problema, almeno nella pratica. La nostra opinione si è, che sono effet-tive le sole rappresentanze reali, e che sono illusorie le rappresentanze meramente personali. In altre parole: sono effettive quelle rappresentanze che rappresentano gli interessi, e non sono tali quelle che rappresentano le persone» . [94] Queste rappresentanze reali portano però all’utilità pubblica soltanto se non sopprimono gli individui o le minoranze; e perciò, come sarà ancora da evidenziare, presuppongono la limitazione di questa rappresentanza stessa al livello “esterno”, della “modalità” dei diritti, ma certamente non a quello della loro essenza . [95] In questo senso, in Rosmini si collegano i valori di personalità e libertà, da un lato, con l’effettività ed utilità della politica, dall’altro, che deve realizzare il bene comune come il più efficiente regolamento della «modalità de’ diritti». Questa sistematica viene formulata in una delle definizioni rosminiane centrali per capire il suo pensiero politico: «La giustizia è superiore alla politica: questa è falsa e ingannevole se non è dedotta da quella. La politica cerca l’utilità, ma l’utilità vera e compiuta nasce dalla giustizia applicata rigorosamente fino alle sue ultime conseguenze, a tutti gli accidenti sociali. L’utilità parziale non è vera utilità, non è quella utilità che conviene alla natura umana, la quale aspira al bene compiuto e perfetto. Il bene della società civile deve essere il bene umano […]. Riconosciuto che il bene umano è quella utilità a cui dee tendere unicamente anche il governo civile, se n’ha la conseguenza che l’utilità stessa s’immedesima colla giustizia, e però il principio supremo da cui vuol dedursi la Costituzione naturale della società umana è ugualmente giustizia e utilità» .[96] In questo senso, il suffragio universale porterebbe al fatto che i non-contribuenti potrebbero decidere, attraverso il voto, sui contributi che derivano da parte dei proprietari. Ma ciò sarebbe una conseguenza che – nella dottrina sulla proprietà – la tradizione cristiana ha sempre negato e che anche il Roveretano contesta nella sua lotta contro lo statalismo e contro il comunismo. Al contrario, il valore cristiano del creato e quindi della gestione responsabile e parsimoniosa dei beni della terra esige la proprietà priva-ta, anche se essa non è mai proprietà individualistica ma deve riconoscere la dimensione della solida-rietà e del bene comune .[97] E’ la proprietà che implica la solidarietà e la responsabilità sociale – quindi allo stesso momento essa non deve realizzare la situazione che i proprietà vivono ai costi dei nullatenenti. Questa esigenza etica viene realizzata nella Costituzione rosminiana se la tassazione viene concepita solo ed esclusivamente sulla proprietà, mentre viene rifiutata la tassazione diretta in generale e
quella sui consumi, in particolare . [98] Da questo quadro risulta, di conseguenza, che persone che vivono al di sotto della soglia minima d’esistenza sono esente dalle tasse .[99] Certamente, in questa conclusione Rosmini non si differenzia dalle dottrine liberali moderne. Il Rovere-tano, in altre parole, concepisce i diritti fondamentali liberal-individuali, ed anche quelli fondamental-sociali, ma certamente non i diritti fondamentali politici . [100] Proprio in questa costellazione si contraddistingue il suo modello politio-costituzionale. Ne segue immediatamente, che la democrazia come forma politica non si trova radicata in quella sfera della persona che è stata definita il «diritto umano sussistente»: infatti, qualora non si concepisce la partecipazione politica come un diritto fondamentale, allora non rimane nessun argomento valido perché i non contribuenti dovrebbero decidere sulla proprietà altrui. Anzi, il diritto di voto deve sembrare, in questa prospettiva, come un elemento socialista. Ma a questo punto, si potrebbe mettere in discussione persino la possibilità di parlare di un concetto di democrazia in Rosmini, se la rappresentanza politica non viene intesa come un diritto fondamentale. Da ciò risulta la sfida dell’interpretazione della IV fase, di ricavare dalla concezione rosminiana quel criterio etico che ancora oggi si evince valido nella teoria politico-costituzionale.
Una prima indicazione sottolinea Muscolino: mentre Tocqueville considera la democrazia di per sé suf-ficiente per parare il socialismo, Rosmini invece scopre nella democrazia stessa il primo passaggio ver-so la collettivizzazione e quindi il misconoscimento del fondamento personalistico-liberale della socie-tà . [101] Per Rosmini non è il meccanismo democratico, il suo aspetto formale, ad assicurare la “libertà” di un sistema politico, se con quest’ultimo termine si vuole intendere il riconoscimento del valore personal-individuale di ciascun cittadino e quindi il sistema politico che è il più adatto ad assicurargli le di-mensioni etiche della sua libertà. In questa chiave Muscolino rileva come Rosmini distingue tra demo-crazia e liberalismo, e colloca solo nella fondazione etica di quest’ultimo la base dello Stato moderno: «Vi ha un error profondo in questi governi, error non meno giuridico che politico, il qual consiste nello stabilire che “ogni osa si debba decidere a pluralità di voti”. Quant’è specioso questo principio, altret-tanto egli è falso. […] qualora poi […] si ammetta, ad unificare le volontà, il solo mezzo della pluralità di voti, come si usò di fare fin qui, esse debbonsi necessariamente cangiare in un conflitto continuo de’ varj partiti sociali» .[102] A questo argomento – forse il più decisivo contro il concetto rosminiano di politica e di democrazia – si può trovare nei testi rosminiani una duplice risposta: da un lato, Rosmini non concepisce la politica in chiave di “partecipazione” al governo, almeno nel modo in cui oggi siamo abituati di declinarla. In que-sta dimensione, come ha evidenziato Liermann, Rosmini non pone il problema della sovranità nella formula “quis iudicabit?”, in quanto tale domanda, per Rosmini, non coglie il vero problema: non l’istanza umana, sia di un monarca, di un’aristocrazia o del popolo, può risolvere il problema della so-vranità , [103] ma solo la domanda sistematica come evitare l’arbitrio e come fondare la sovranità sul diritto e sulla morale. Questa domanda viene risolta da Rosmini con la limitazione costitutiva della sfera del governo al “lato esterno” della società: sulla sostanza dei diritti e quindi sulla persona umana la politica non ha nessun accesso. Questo è il limite costituzionale della politica. In questo senso, anche i nullate-nenti sono costitutivamente rappresentati nella politica, perché attraverso il loro diritto fondamentale al minimo esistenziale, essi costituiscono un dovere nei confronti del governo. Come sarà ancora da e-videnziare, questa rappresentanza costitutiva si svolge attraverso il voto fondamentale per un’altra isti-tuzione, il Tribunale politico, di cui sarà ancora da ragionare.
Perciò, assicurati i valori fondamentali della persona, al “lato esterno” della società si tratta, di conse-guenza, di una politica relativizzata, come si potrebbe dire. Perché assicurati i limiti e i profili fonda-mentali della politica, allora all’interno di questi fini definiti, la politica concreta ha a che fare con l’impegno più intelligente delle risorse a disposizione. Questa sistematica conferma il fatto che Rosmini considera la politica in termini di utilità: devono regolare le modalità dei diritti quelli che sono “più qualificati”, sotto l’aspetto della loro proprietà, in quanto il Roveretano presuppone che essi hanno pu-re più “intelligenza” nella gestione della stessa . [104]
Ma questa utilità non significa, appunto, arbitrarismo, perché «l’utilità vera e compiuta nasce dalla giustizia applicata rigorosamente fino alle sue ultime conseguenze, a tutti gli accidenti sociali» . [105]
In questo modo essa è relativa alla domanda della giustizia sociale, che si radica nella dignità umana e nei suoi diritti fondamentali ed inalienabili.
Questa relatività del “lato esterno” della società e quindi sia della politica concreta che del governo nel-la concezione rosminiana, viene confermata da Muscolino: «La società civile, in sostanza, negli scritti maturi viene contemplata proprio come società di interessi, fermo restando che l’interesse materiale non può violare la sfera morale e personale dell’individuo» . [106] Inoltre Muscolino falsifica l’ipotesi rosminiana per la quale una maggiore proprietà sarebbe un indicatore per una maggiore intelligenza, ma non contro Rosmini ma con Rosmini stesso, in quanto trova nella Politica prima una presa di posizione contraria, dello stesso Rosmini.
Al di là di questa valutazione giustamente critica, bisogna costatare che Rosmini elaborò la sua teoria del voto proporzionato all’imposta come risposta ad un problema che egli aveva individuato nella co-stituzione francese, ossia il rapporto, a suo avviso non chiarito, tra potere politico e ricchezza. Secondo Rosmini, questo mancato rapporto era uno delle ragioni per cui la costituzione francese non riusciva ad appacificare la convivenza politica. Quindi, il ricollegamento della rappresentanza alla proprietà in Rosmini non avviene in modo irriflesso o ideologico, ma si basa su una valutazione ben precisa – anche se questa valutazione oggi ci sembra dubbia: per Rosmini un diritto universale di voto correrebbe il ri-schio di sciogliere le proprietà, di portare de facto ad un egalitarismo dei beni materiali, non dei diritti individuali. Di questo tipo sarebbe per Rosmini una rappresentanza universale che decide sulla pro-prietà dei contribuenti, mentre metterebbe a rischio le libertà fondamentali dell’individuo nei confron-ti dello Stato e marcherebbe il primo passaggio verso il comunismo . [107] E’ quindi il latente pericolo di illiberalismo, come si è rivelato dall’esperienza della Rivoluzione Francese, ad indurre Rosmini alla sua «avversione alla democrazia» [108] ,intesa come il suffragio universale. In questo senso, il diritto universale di voto significherebbe una sorta di redistribuzione sociale da parte di quelli che ottengono la maggio-ranza. E per tale metodologia potrebbe anche risultare che i nullatenenti, se ottengono la maggioran-za, dispongono delle proprietà degli altri . [109] Muscolino conferma, per l’altro, che la principale ragione per cui Rosmini si è rivolto contro il suffragio universale era il pericolo del comunismo: «Questo però […] ci pare un giudizio storicamente discutibile, perché il suffragio elettorale in nessun paese ha portato l’instaurazione del comunismo» .[110] Rosmini, come abbiamo già analizzato, è cosciente della difficoltà che questa sua concezione avrebbe suscitata ed era sicuro che avrebbe incontrato dei problemi nell’accettazione: «Non dee far meraviglia che molti non intendano la giustizia e l’utilità del voto proporzionale: prima d’intenderla conviene che succeda nelle teste una gran metamorfosi, opponendosi egli ai pregiudizi più inveterati» . [111] Su questa base sarebbe ancora una volta da chiedere quale era la ragione precisa che l’ha mosso in ultima analisi di formulare questa sua teoria – ed è precisamente la stessa base etica per cui intendiamo oggi la “democrazia” la forma di Stato più appropriata alla dignità della persona: ossia la possibilità che l’individuo si realizzi in personalità e libertà. Perciò, in tutti gli aspetti che riguardano la “dignità” dell’uomo, Rosmini “recupera”, per così dire, quei momenti che oggi sono gli elementi istituzional-democratici. E proprio per questo, le considerazioni etico-politiche di Rosmini, nonostante il rifiuto della “democrazia”, possono aiutarci oggi a riflettere sulle basi social-etiche della stessa. Ma tale passaggio dalla critica alla forma della democrazia al “lato esterno” della società, e il fondamento etico al suo “lato interno”, si può intravvedere già nello stesso Rosmini che «in via di principio […] non sembra condannare in toto il suffragio elettorale universale» , [112] in quanto per l’assemblea costituente Rosmini non restringe il voto alla proprietà, ma parla del «voto universale uguale» .[113] Con questo trasferimento della democrazia dal “lato esterno” della società al suo “lato interno”, l’accezione positiva della “democrazia” per Rosmini non sta nell’essere essa forma dello Stato, ma nel caratterizzare la società secondo diritto e libertà. L’idea del voto proporzionale quindi non era di abolire la partecipazione universale di tutti gli uomini alla società – anzi al suo “lato interno”, al livello reale e della realizzazione della società deve essere assicurata la piena rappresentazione della dignità individual-personale. A questo livello, rappresentanza e partecipazione sono i momenti essenziali dello svolgimento e dell’esplicitarsi della personalità a livello sociale. Per non impedire questo bene, che è il massimo bene sociale per la persona, Rosmini doveva escludere con i mezzi della Costituzione la realizzazione di statalismo e comunismo. Ecco perché il Roveretano era dell’opinione che l’ammissione del “voto universale” avrebbe distrutto i diritti fondamentali e l’uguaglianza fondamentale. Per Rosmini, l’uguaglianza non si realizza materialmente, ma essa è l’uguaglianza nella dignità individuale della persona, che solo giuridicamente può essere assicurata tramite la costituzione e i diritti fondamentali. A partire dalla propria sistematica della distinzione tra “società interna” e “società esterna”, Rosmini non è tenuto a considerare il diritto di voto un diritto fondamentale, in quanto è situato al livello “esterno” della società, e quindi non rientra nel catalogo dell’ambito della personalità e libertà individuale.

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