Il problema della democrazia in Antonio Rosmini
di Markus Krienke
(Facoltà di Teologia di Lugano)

[77] Soltanto attraverso una concezione non-perfettista, che lascia la libertà alla società civile, si può forma-re quel che è l’autentico processo democratico, ossia la formazione libera dell’opinione pubblica: «[r]ea e falsa è quella politica che impedisce ai popoli i mezzi di acquistare uniformità d’opinioni circa la giu-stizia politica, 1º perchè la detta uniformità è ciò che conduce alla loro somma perfezione le società ci-vili; 2º perchè i governati hanno un inalienabile diritto di usare tutti i mezzi conducenti a tanto scopo; 3º perchè l’impedire io mezzi i giungere a sì desiderabile uniformità non può mai essere l’opera della società che essenzialmente tende ad essa e incessantemente la brama, ma solo d’un partito che vuol dominare con tirannia sulla società, o d’un signore che non conosce i suoi doveri: quest’uniformità è la conciliazione di tutti gl’interessi, è la pace: l’impedirla è un fomentare la guerra, un rinunziare al pacifi-co componimento de’ litigi, dovere di tutti; 4º perchè la detta uniformità non può recare alcun timore o sospetto ragionevole al governo sociale, anzi ella sola gli somministra le norme certe, seguendo le quali non può sbagliare nelle sue provvidenze» . [78] Ho riportato l’intero paragrafo, non solo perché nei primi due punti Rosmini ci dà un riassunto della sua visione costituzionale della società moderna secondo i diritti fondamentali e secondo la giustizia sociale, ma anche perché nei punti tre e quattro egli smentisce due sospetti che possono venire a chi fin ora ha seguito il ragionamento sulla costituzione, ossia di una staticità sociale, di concepire il problema politico solo attraverso il diritto e di ricadere, implicitamente, in una concezione premoderna se agli individui è concesso solo un loro status giuridico, ma nessuna competenza politico-attiva. Tutt’al contrario, Rosmini nel terzo punto riportato riprende una concezione che egli ha preparato in chiave teoretica già in altri scritti e che in chiave politica è stato introdotto nella Filosofia della politica ma che viene ripresa esplicitamente nella Filosofia del diritto ossia la «legge dell’antagonismo» , [79] per cui la società – in questo aspetto Rosmini concorda con la concezione di società civile di Hegel – è caratterizzata dal contrasto e dei conflitti, appunto perché gli individui si incontrano come persone che entrano in concorrenza. Per Rosmini il problema non sta nella situazione concorrenziale che egli anche nella sua dottrina economica apprezza come mezzo per l’ottenimento del «vero bene umano», fin quando non si prende il conflitto e l’antagonismo per l’essenza della società ma come mezzo – nella sua «funzione maieutica» [80] – di trovare il consenso sociale e quindi il modo come regolare la «modalità de’ diritti». Per questo Rosmini critica tutti i meccanismi che impediscono che tale lotta possa essere compresa come un “mezzo” indirizzato a realizzare il «vero bene umano» nella società e che invece rendono l’antagonismo la legge stessa della società civile. Rifiutando quindi, implicitamente ma decisamente, la sistematica hegeliana della società civile , [81] egli critica i partiti politici in quanto, appunto, contribuiscono alla formazione dell’opinione politica pubblica non in prospettiva al fine della persona, ma secondo gli interessi del partito, e quindi secondo interessi parziali . [82] Proprio nella sua critica ai partiti si rispecchia nuovamente come Rosmini vede basata la politica sulla società intera caratterizzata per l’uguaglianza di dignità e di diritti di tutti; e in quanto i partiti politici tendono alla particolarizzazione, alla parziale, e quindi a favorire gli interessi nei confronti del bene dell’uomo, egli li rifiuta. In questa loro dinamica, essi non indirizzano l’opinione politica pubblica verso l’unità; e ciò impedisce, come esplicita Rosmini nel quarto punto, che esse possano preformare il consenso sociale come preparazione sociale per il compito politico di determinare la «modalità de’ di-ritti».
Anche in queste differenziazioni si evince l’importanza della differenziazione rosminiana tra piano so-ciale (“lato esterno”) e piano personale (che non significa “individuale”, ma il “lato interiore” della socie-tà). Qualsiasi confusione dei due piani conduce necessariamente a riduzionismi: nella riduzione al “lato interno” si perde quella prospettiva della politica che Max Weber chiamava “etica della responsabilità”, riducendo la politica ad un agire morale. Nella riduzione al “lato esterno”, si generano però i dispotismi
di cui una forma è anche la “tirannia della maggioranza” nella democrazia. Entrambi i riduzionismi non risolvono il problema della legittimazione etica del potere politico. Infatti, secondo Rosmini Rousseau semplicemente trasporta il problema del “male” a livello sociale ma non lo risolve .di cui una forma è anche la “tirannia della maggioranza” nella democrazia. Entrambi i riduzionismi non risolvono il problema della legittimazione etica del potere politico. Infatti, secondo Rosmini Rousseau semplicemente trasporta il problema del “male” a livello sociale ma non lo risolve .[83]

5. Le forme di delegazione del principio di sovranità (della facoltà di regolare le modalità dei diritti)
Se infatti per Rosmini il vero problema, nei confronti della democrazia, non è l’evitare la monarchia o l’aristocrazia, ma il dispotismo che come pericolo è trasversale rispetto a queste forme dello Stato, allo-ra non meraviglia più di tanto se Rosmini non scrive un trattato teoretico sulla democrazia, analizzando minuziosamente le sue teorie e le sue forme. Invece, egli considera i suoi elementi all’interno del suo progetto, di delineare una politica stabile e soprattutto una costituzione duratura che riesca a realizza-re la pace nelle società europee dopo la Rivoluzione Francese. Quello che sta a cuore a Rosmini è im-pedire il dispotismo, quel perfettismo di una teoria di stato che si impadronisce del potere pubblico per realizzare questo ideale perfetto, ma sacrificando gli individui. Siccome, a tal fine, è di prima impor-tanza assicurare la libertà degli individui, a Rosmini interessa piuttosto la costituzione della società se-condo la giustizia sociale, e quindi la domanda della costituzione. Il contributo di Rosmini alla teoria della democrazia, sta infatti in questo, che una democrazia senza una cornice costituzionale, non si la-scia realizzare secondo la giustizia sociale, ossia in modo personal-etico.
“Secondo la giustizia sociale”, vuol dire, in questo contesto, secondo i principi etico-giuridici che deri-vano dalla personalità dell’uomo. Infatti, nel radicamento dello Stato e del governo nella persona in quanto «diritto umano sussistente» e nella rispettiva limitazione della politica in questo sostrato etico-apriori della società, Rosmini ha esplicitato la sua prima critica che egli aveva avanzato nei confronti delle costituzioni post-rivoluzionarie, ossia «che non è guarentita in esse la giustizia politica». Anche se non abbiamo ancora considerato in quale istituzione concreta consiste questa garanzia della principa-lità della personalità e le conseguenze per il governo e per lo Stato, la questione della “rappresentanza politica” ci conduce primariamente alla sua seconda critica ossia «che non sono favorite egualmente tutte le proprietà». Come abbiamo già considerato, il tema della proprietà per Rosmini è connessa alla personalità dell’uomo e quindi incide sulla domanda del fondamento costituzionale della società. Tale è il caratteristico di concezioni liberali; infatti anche i Principi metafisici della dottrina del diritto di Kant cominciano, nella prima parte sul “diritto privato”, con la domanda «del mio e del tuo esterno in gene-rale».
Nella sua teoria della rappresentanza politica, Rosmini non concepisce il suffragio universale e il voto politico come diritto fondamentale della persona. Anzi, egli parla del «vizio additato del voto uguale dato agli elettori, pel quale avviene che i Deputati che fanno le leggi della finanza e stabiliscono i tribu-ti, non sono interessati a proteggere tutte egualmente le proprietà». Rosmini, innanzitutto, non nega il suffragio universale per una ragione ideologica, ma partendo dalla considerazione della gestione dello Stato secondo la «giustizia sociale». In questa chiave, secondo lui, la proposta moderna del «voto uni-versale non merita questa denominazione perché è falsissimo che quel sistema accordi a tutti i cittadini il diritto elettorale, egli inganna colla speciosità del nome» . [84] Secondo Rosmini questo diritto “democratico” del voto individuale «distrugge[] l’uguaglianza fra cittadini, quest’uguaglianza che venne sì solennemente proclamata: l’uguaglianza di diritto» .[85] Nel tentativo di comprenderne la sistematica, bisogna sottolineare che nella questione del voto proporzionale si tratta quindi di questioni di gestione politica, che avvengono nel “lato esterno” della so-cietà e non incidono sulla dignità e sul bene della persona, che in ogni caso deve essere assicurata in quanto fondamento della democrazia . [86]
Un tale grave intervento si avvererebbe, al contrario, così l’accusa fondamentale di Rosmini, attraverso il suffragio universale. Questa affermazione sorprende, senz’altro, ma si spiega se si tiene presente che il diritto di voto per Rosmini non appartiene al “lato interno” della società ma solo a quello “esterno”, ma che un suo fraintendimento sul “lato esterno” causa delle ricadute anche a quello “interno”.
Nell’analisi particolare, bisogna innanzitutto rilevare che per assicurare la giustizia sociale, secondo Ro-smini, «la mancanza principalmente della seconda condizione [della proprietà] esclude dalla rappre-sentazione attiva i non proprietari» .[87] In questa sfera, secondo il modello della “società per azioni”, entrano quelli che sulla base dei loro contributi esprimono concreti interessi rispetto all’utilità del loro contributo. Per questo, effettivamente, sono rappresentate solo le posizioni di proprietà, non gli individui. Rosmini stabilisce quindi, che il voto deve essere proporzionato al «reddito alle gravezze dello Stato» . [88] Non è quindi la proprietà di per sé che determina il peso del voto, ma la quota del contributo che l’individuo dà alla gestione della società.
Questo tratto nel pensiero politico di Rosmini oggi ci sembra fra quelli più inattuali, in cui Rosmini pare di essere rimasto troppo prigioniero della mentalità della sua epoca. Ma forse determinati da questa reazione di stupore e di incomprensione, tanti l’hanno anche frainteso e mal interpretato. Esemplare per un tale fraintendimento è l’interpretazione di Brunello che ha rimproverato a Rosmini di essere li-gio al «vecchio carattere patrimoniale» della concezione di Stato come si trova nei tradizionalisti come ad esempio in von Haller, che Rosmini nella sua politica giovanile ha largamente recepito .
[89] Questa accusa di Brunello, tra l’altro, non è per niente nuova – anzi si doveva confrontare già lo stesso Rosmini con quest’argomento, sollevato dai suoi «amici carissimi» che lo ricordarono di ledere in questo modo un importante diritto fondamentale della modernità . [90] Riflettendo molto su questa obiezione, e confrontandosi con questi consigli dei suoi amici, Rosmini era quindi tutt’altro che ignaro né del problema sistematico né della gravità e serietà della domanda sistematica, né, del resto, della situazione politico sociale. Infatti, Traniello ha dimostrato a sufficienza che il problema della proprietà in Rosmini non riguarda il concetto di diritto e quindi di libertà – solo se fosse così l’accusa di Brunello coglierebbe nel segno –, e quindi non la concezione della società bensì quella di Stato .[91] Ma anche chiarito questo dettaglio, non è ancora superata un’altra critica di Brunello che rimprovera a Rosmini di concepire una «aristocrazia della proprietà o della ricchezza» . [92] Questo secondo argomento di Brunello, però, non incide per una duplice ragione: innanzitutto il proporzionale del voto non dipende dalla proprietà ma dai contributi che il singolo dà alla società – e quindi solo di conseguenza e non direttamente dalla proprietà. Inoltre, l’argomento di Brunello non riconosce la vera essenza etico-democratica del ragionamento rosminiano: di aristocrazia non si può parlare, perché, come spiega Cotta, “aristocrazia” è connessa alla dottrina del perfettismo che Rosmini ha sistematicamente confutato e decostruito; e significativamente è proprio sulla base di questo chiarimento che Cotta chiama il realismo politico «essenzialmente democratico» .[93]

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