Il problema della democrazia in Antonio Rosmini
di Markus Krienke
(Facoltà di Teologia di Lugano)

Questa sistematica di situarsi a livello del “mezzo” e del “regolamento della modalità dei diritti” è con-facente a quanto è stato rilevato come i «principi della giustizia e della virtù morale» della società e del-la sovranità. Sulla base di questa sistematica, la forma del regolamento della modalità è solo seconda-ria .[46] In questo senso è da considerare la dottrina ossia piuttosto la critica rosminiana alla democrazia sotto il segno della relatività o neutralità della questione della “forma” di Stato per Rosmini. Il Roveretano colloca la sua concezione di democrazia quindi all’interno del «principio dell’etica del governo e della neutralità valoriale della forma di Stato» . [47] Una comprensione della democrazia basata sul valore etico della dignità umana non comincia, quindi, dall’interrogativo sulla forma di Stato, ma dall’individuo e dalla sua inalienabile dignità: il diritto è libertà morale. In quanto il diritto è libertà, allora la definizione rosminiana di democrazia, in un primo momento, si misura al criterio se essa consente la realizzazione massima della libertà morale dei cit-tadini.

3. Il potere politico della società civile in Rosmini
Dopo la fondazione del concetto della dignità della persona al “lato interiore” della società, sono da ri-levare le conseguenze che ne derivano per la comprensione della democrazia al “lato esterno”: quello del governo e dello Stato. In effetti, solo in questo passaggio si decide in ultima analisi la rilevanza poli-tica e non solo etica di questo fondamento. Con il termine della società civile Rosmini si inserisce senz’altro nella riflessione politica moderna, in quanto il concetto – non a caso – acquistava il suo spes-sore attraverso le riflessioni di Rousseau, Kant ed Hegel, ma soprattutto per la riflessione anglosassone di Hobbes, Locke e Tocqueville. Infatti, mentre i pensatori continentali riflettono sulla società civile so-prattutto nella prospettiva dello Stato, è un momento caratterizzante di quelli anglosassoni di declinar-la come sfera che non riceve la sua ragion d’essere dallo Stato, ma dagli individui e dalla loro libertà. È quindi grazie a quest’ultima tradizione che esso si collega con il concetto di libertà e sussidiarietà. Ro-smini, che nei suoi scritti politici ed economici raccomanda più volte di prestare più attenzione ai pen-satori inglesi e scozzesi, sicuramente deve anche gran parte della sua riflessione sulla società civile a questa tradizione. E in questo momento, la sua teoria della società e della democrazia comincia a di scostarsi non solo da Rousseau, ma definitivamente anche da Kant.
Rispetto alla società civile la prospettiva etica viene indicata dal suo «fine remoto» ossia dal fine «ulti-mo ed essenziale» che è il «vero bene umano», «l’appagamento dell’animo umano» . [48] Questo approccio individuale si media poi a livello sociale tramite l’istituzione del «contratto» sociale [49] che legittima lo Stato a partire dalla libertà individuale. Se questa sistematica storicamente si realizza per la prima volta attraverso la Rivoluzione Francese, allora ciò è per Rosmini l’aspetto storicamente positivo ed epocale della sua valutazione critica della stessa[50]
Con questa struttura, qualsiasi collettivizzazione della società civile è esclusa [52]– l’approccio rosminiano parte dall’individuo ed è anticostruttivista: «[non] può recare alcuna meraviglia che l’individuo non sia più nulla, quando il governo è tutto» . [53] Corrispondentemente alla negazione di tale struttura sopraindividuale dello Stato, la società civile, quindi, non ha una “essenza” meta-individuale che sia diversa o a un livello superiore rispetto a quella interiore ossia della dignità degli individui. Infatti, Rosmini parla dell’“essenza” della stessa non in senso metafisico, ma soltanto nel senso della sua “definizione”: «[l]’essere costituito un potere che amministri la modalità de’ diritti d’una certa massa di uomini». Questa struttura della società civile si basa quindi sul riconoscimento e sul controllo del governo da parte dei cittadini che sono i “soggetti” della società. Questa struttura diventa più chiara nel momento in cui Rosmini sceglie il modello di una società per azioni per descrivere la società civile: come primo aspetto, il Roveretano desume da questo modello l’errore nel ritenere che tutte le persone – in quanto «persone reali» – dovrebbero essere «necessariamente uguali»[54] » . Mentre sulla problematica dei contributi sarà ancora da ritornare, risulta importante, a questo punto, che Rosmini concepisce il governo innanzitutto come «amministrazione»: «[l]’amministrare di natura sua è un diritto inerente ai sozi che compongono la società» .[55] Per sottolineare la mera funzione amministrativa che ha il «ministro» ossia il «presidente», per Rosmini potrebbe essere in teoria anche una persona straniera a rivestire questo compito.
Il Roveretano precisa che solo in questo momento si può parlare di “potere” e di “Stato”: se «potere, in quant’è unico e supremo, si chiama sovranità» , allora è chiaro che la sovranità appartiene sì alla «società civile», ma al suo “lato esterno”. La sovranità, allora, nasce soltanto nel momento in cui gli individui costituiscono la società e la sua forma di governo. La sovranità è un caratteristico della società e non ha luogo se si parla di individui. Ma allorché essi si associano nella società civile, essa viene delega-ta da questi individui al governo – sempre in quanto si trovano insieme e costituiscono la società. Allo-ra non è il governo da cui scaturisce la sovranità, ma dalla società civile – ed essere ammaestrati non vuol dire «sottomissione» o «servitù» . [57] E siccome Rosmini non “ipostatizza” la società civile metafisicamente, la sovranità non si basa neanche in uno di questi elementi. Sono in ultima analisi sempre gli individui che rimangono il criterio diretto della sovranità – e qui il discorso sulla società civile si rifà a quello sul “lato interno” della società. Ma in tale prospettiva la posizione di Rousseau risulta una seconda volta problematica in quanto egli non considera la costituzione della sovranità a livello della società civile un momento a sé stante, ma la identifica direttamente con la società civile.
Rosmini precisa, però, allo stesso momento, che da questa considerazione non segue che il popolo è anche il padrone dell’amministrazione; anzi l’amministratore, come precisa Rosmini, non è “socio”, in quanto in questo modo, evidentemente, non sarebbe mantenuta l’uguaglianza tra i soci. E sopratutto egli deve corrispondere ad un’ulteriore legittimazione che non sia semplicemente l’accordo dei soci, ma che significa i limiti etico-giuridici del suo governo.
Per Rosmini, allora, la società civile si basa su individualità e libertà dei soci, che predeterminano un as-setto etico-politico per la società civile che limita la politica e conferisce legittimità all’amministratore. I diritti fondamentali significano allora «la dignità morale, che nasce dall’intuizione dell’essere, e dall’inclinazione verso di lui» ,[58] anche se il singolo non ne è cosciente: infatti essa gli spetta per il fatto di essere uomo. Ora, una volta assicurata in questo modo la base etica della società, il suo «fine remoto», l’organizzazione dell’ordinamento politico-sociale può essere descritta anche in chiave di vantaggio e utilità ,[59] , appunto di una “società per azioni”. Questo non significa che la società viene ridotta a un mero consorzio di interesse, da cui seguirebbe una concezione utilitaristica od economicista dello Stato. Tale conclusione misconoscerebbe il fatto che il regolamento vantaggioso e utile della modalità di tale ordinamento avviene sempre per il fine di favorire il più possibile la realizzazione del «vero bene umano». Siccome questo fine remoto è il bene degli individui, allora è nell’orientamento ad esso che lo Stato diventa titolare di sovranità a tutti gli effetti.[60] La sua esercitazione particolare si deve misurare, poi, nei confronti di questo fine: così Rosmini nella Costituzione aggiunge nel regolamento dei mandatari che la loro funzione non può essere costituzionalmente predeterminata, in quanto si possono sempre mettere d’accordo su regolamenti anche differenti. In questi momenti, variabili nei confronti del fine della società, si realizza, quindi, il momento del contratto come principio costitutivo della società.
Nella società, tutti i soci si auto-obbligano a contribuire a quel bene comune che è il vero bene di tutti, e che perciò coincide con il bene personale: questo non è l’interesse soggettivo, bensì la determinazione personalisitica del bene dell’uomo in quanto tale. Evidentemente, esso non è raggiungibile dall’individuo solo, e perciò non costituisce neanche la somma dei beni individuali. Il bene comune può essere raggiunto solo nella società civile, ma non costituisce un bene pubblico al di là del bene persona le dei soci. Sta in questa sua natura, che la società civile, come Rosmini afferma sin dall’opera Della natu-rale costituzione, è solo società parziale, e mai universale: essa abbraccia solo «quella parte di moralità che riguarda la giustizia esterna fra gli uomini» .[61] Da questa distinzione tra “lato interno” e “lato esterno” della società, segue per Rosmini soprattutto una separazione tra il potere esecutivo e il potere giudiziario, che non è una semplice separazione di tipo montesquieuano, secondo il quale anche Rosmini la concepisce tra il potere esecutivo e legislati-vo. Nel caso del potere giudiziario, invece, abbiamo a che fare con una vera e propria separazione dagli altri, in quanto viene istituito parallelamente al parlamento – Rosmini parla di «due sommi poteri indi-pendenti, ma armonici» [62] –, anzi gli viene conferita un’importanza praticamente superiore a quella del potere legislativo. Rosmini descrive dettagliatamente perché questa separazione segue dalla costituzione della società civile stessa come fin’ora è stata ricapitolata. In sostanza, si tratta di due scopi diversi: mentre il Governo realizza socialmente l’utilità, il Tribunale garantisce la giustizia sociale. Questa separazione, che sarà ancora analizzata meglio, è la conseguenza istituzionale dalla distinzione tra “lato interno” e “lato esterno” della società civile. Attraverso questa istituzione del potere giudiziale, Rosmini intende realizzare un ordinamento sociale che non si rivela fragile come quella istituita dalla costituzione francese, senza sacrificare i vantaggi che la Rivoluzione ha portato nella comprensione dell’esigenza democratica. In questo senso, Rosmini scopre, come del resto anche Kant, il vero problema nella concezione di Rousseau: egli metterebbe a rischio non solo la divisione dei poteri ma non riconosce, innanzitutto, che prima di essere politicamente rappresentato, l’individuo è radicato in un fondamento etico che deve istituzionalmente garantire la sua individualità e dignità al di fuori e prima dello Stato – e così entrambi, sia Rosmini che Kant, si esprimono in modo chiaro e forte, con ragioni etiche, contro una concezione rousseauviana che vuole realizzare libertà e giustizia politicamente e non in maniera etico-giuridica, attraverso una totalizzazione della politica e non attraverso la sua limitazione. Il rischio della democrazia, quindi, sta per Rosmini come anche per Kant nella tendenza che la determinazione diretta del potere pubblico da parte del popolo scavalca il fondamento etico dell’ordinamento politico che è la persona umana. In questo senso, nella “democrazia” moderna si cristallizza un rischio caratteristico della società civile che diventa oggetto di un’attenta analisi da parte del Roveretano.

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