Il problema della democrazia in Antonio Rosmini
di Markus Krienke
(Facoltà di Teologia di Lugano)

La società civile per Rosmini è quindi reale e sussidiaria; essa rimanda ad un esplicitarsi reale e sussi-stente dell’individuo la cui dignità non rimane astratto-trascendentale, ma si realizza relazionalmente e in due prime società (teocratica, domestica). Così nel suo “lato interno” si apre e si esplicita il “lato inte-riore” che è quello della persona. Per Kant invece, la dignità trascendentale costituisce la sfera noume-nale, essa non si realizza in società concrete e quindi in forma relazionale. In questo caso, il “lato interiore”, noumenale, non diventa civile, ossia, si potrebbe dire, non diventa “lato interno” appunto della società civile. Perciò il concetto di dignità in Kant resta formale-astratto. Esso non è indirizzato alla rea-lizzazione sociale ma il concetto di “Stato” deriva direttamente da essa, per cui il concetto di “società civile” rimane, in questa concezione kantiana, senza propria “natura” o significato costituzionale, cioè senza “lato interno” e si realizza esclusivamente nella polarità individuo–Stato. Per Rosmini, al contra-rio, la “natura” ossia il momento costituzionale-sussidiario della società civile – e in questo senso la sua «essenza» – non consiste in una propria consistenza di dignità (essa non ha un proprio “lato interiore o spirituale”, come la dignità umana, come la società teocratica e quella domestica, in quanto il suo “lato interiore” è la stessa dignità umana, la società teocratica e domestica), bensì nel “lato interno” ossia nella realtà di essere il vincolo sociale tra le persone sussistenti nella loro dignità. La “società civile”, in Rosmini, quindi non è pensata in riferimento allo Stato, ma essa è sussidiaria rispetto alla persona. Così, essa non si risolve nello Stato; infatti, partecipando, anche se solo sussidiariamente, alla dignità dell’individuo, essa è una delle tre società che non si concepiscono nei termini di “signoria” o di “domi-nio” e quindi attraverso la logica dello Stato. Da ciò risulta, che la società civile, per esistere, non ha bi-sogno del potere signorile. Quest’ultimo costituisce semplicemente un fatto contingente.
In quanto tale, la «esterna società somministra il principio, il mezzo ed il fine dell’interna perfezione: il principio sono gli spiriti, e di questi ella procaccia lo sviluppo nelle loro diverse facoltà; i mezzi sono gli oggetti reali […]; il fine sono le persone, la società stessa» . [35] In questo senso, la “società esterna” deve conciliarsi con la “libertà” quale caratteristica centrale della persona e quindi anche della natura della “società civile” stessa . [36] Con questi termini è già delineato il campo concettuale all’interno del quale Rosmini declina il problema etico della democrazia – come si può evincerne subito, il concetto “Stato” ci gioca un ruolo abbastanza marginale. Infatti, il termine “Stato” è poco usato da Rosmini e inoltre praticamente sempre con accezioni negative[37] : siccome, per Rosmini, più c’è Stato, meno c’è società, per lui “democrazia” si radica nella società e non nello Stato. Anzi, la “democraticità” di uno Stato, si potrebbe dire con Rosmini, è la misura nella quale in esso è realizzata la società.
Per Rosmini è importante rilevare che l’uomo è persona come «diritto umano sussistente» già prima di entrare in società; non cede diritti né riceve la sua personalità soltanto dalla società. La democrazia, poi, è la forma di gestione e di organizzazione dello Stato che garantisce che gli interessi dei cittadini, nella loro costituzione come giuridicità originale e inviolabile della società, si rispecchiano al “lato e-sterno” della società. Da questo presupposto segue immediatamente, che la democrazia si realizza, in questo senso, nella realizzazione dell’organizzazione e della gestione della società secondo i diritti ori-ginali degli individui per il conseguimento dei loro beni, senza l’uso della forza e degli elementi signori-li. «[L]’uomo quando diventa sozio di una compagnia non cessa né può cessare di essere uomo: egli ha veramente de’ diritti inalienabili inerenti alla dignità umana […] ogni uomo non mette mai tutto se stesso in una società che fa con i suoi simili, né pure nella società civile; ma se ne riserba una parte, col-la quale egli non è sozio, egli si trova in stato di natura» . [38] In questo senso, Rosmini e Kant convergono piuttosto nel rilevare una forma di democrazia come l’ha definita Dewey: «Una democrazia è qualcosa di più di una forma di governo. E’ prima di tutto un tipo di vita associata, di esperienza continuamente comunicata. L’estensione nello spazio del numero di individui che partecipano a un interesse, in tal guisa che ognuno deve riferire la sua azione a quella degli altri e considerare l’azione degli altri per da re un motivo e una direzione alla sua, equivale all’abbattimento di quelle barriere di classe, di razza e di territorio nazionale che impedivano agli uomini di cogliere il pieno significato della loro attività» .[39]
Mentre Kant riduce, però, la base etica della democrazia al regno trascendentale dei fini, per cui l’elemento democratico sparisce dalla società e quindi dal suo “lato esterno” e dalla gestione del “pote-re politico”, Rosmini riesce, tramite la concezione della persona come «diritto umano sussistente», ad assegnare un valoro etico-normativo alla dignità umana al “lato interno” della società, dove essa diven-ta il criterio etico per la forma del governo stesso. Siccome per Kant la dignità trascendentale si realizza immediatamente nella concezione giuridica dello Stato – tramite il diritto –, per cui egli affida allora al-lo Stato la concretizzazione giuridica del criterio trascendentalmente stabilito; in Rosmini, al contrario, la dignità caratterizza realmente la società che si qualifica come umana, per cui la sua realizzazione non viene delegata ma si svolge democraticamente nella gestione del potere politico.
La concezione rosminiana della società civile non solo è rivolta contro Rousseau e si profila nel confron-to critico con Kant, ma in quanto esclude l’aspetto di “dominio” e si costituisce quindi sulla base della libertà personal-individuale , [40] essa prende le distanze anche da de Maistre e dai pensatori restauratori al quale la politica roveretana ancora è debitrice: riferendosi alla sistematica da San Tommaso, Rosmini sottolinea che il subjecto civilis non è un subjecto servilis[41] Tale critica alla restaurazione emerge nel momento in cui Rosmini scopre il significato dell’istituzione del “diritto” – soprattutto nella sua dimensione etica – ossia precisamente durante le riflessioni della politica milanese le quali saranno poi il punto di ripartenza per la Filosofia della politica e la Filosofia del diritto [42]: lla persona umana costituisce per tutti gli altri un dovere morale primordiale di rispetto. Come deriva immediatamente da questo approccio, l’individualismo liberale di Rosmini non si riduce ad una conce-zione liberista o libertinista, ma è autenticamente personalistico in quanto la relazione agli altri è di carattere morale di rispetto della dignità. In questo modo, la società civile si erige per Rosmini sulla base morale della relazionalità di individui uguali in dignità . [43] Rosmini, con questa determinazione dell’essenza della società civile – del suo “lato interiore” –, ha elaborato una fondazione morale dell’organizzazione politica dello Stato, e quindi anche per la nostra riflessione sulla base etico-politica della democrazia.
Traniello ha evidenziato come il modello rosminiano della società civile è la risposta del Roveretano alle sfide della secolarizzazione della politica e quindi del problema della legittimazione della politica nella modernità. Il tratto specifico del pensiero politico, con il quale egli si distinguerebbe anche dalla gran-de parte del pensiero cattolico, consisterebbe nel trattare questo problema non al livello del potere – della sovranità o dello Stato – ma nella sfera della società [44] Se questa secolarizzazione, come precisa Traniello, significa la de-sacralizzazione del potere politico, allora essa è il risultato del Cristianesimo stesso nel suo influsso sulla civilizzazione occidentale. Ma se essa viene compresa come il distacco della politica dai valori cristiani della persona, allora in questo punto Rosmini si oppone veementemente ad una tale comprensione della politica. Il Roveretano analizza minuziosamente come da questo distacco risulta un’assolutizzazione (a sua volta moralizzata) dello Stato e di tutte le forme dispotiche e tiranniche che da esso risultano.
Se qualsiasi potere politico si legittima eticamente nei confronti della dignità della persona, risulta co-me prima conseguenza la struttura sussidiaria della società, perché non riconosce soltanto l’individuo astratto come criterio, ma anche le due relazionalità fondamentali dell’individuo stesso come ambiti e-tici ossia istituzionali nelle quali lo stesso Stato non può intervenire, che non può né creare né distrug-gere, e rispetto alle quali egli deve ridursi a regolarne la modalità dei diritti. In quanto tale, alla società civile ossia allo Stato spetta di regolare tutto ciò che riguarda la modalità dei diritti, in questo senso nessuna società particolare – famiglia o Chiesa – si sottrae a quel che non è semplicemente una prero-gativa ma un vero e proprio dovere dello Stato. Lo Stato ha il compito di regolare la società civile, e in quanto alla modalità dei diritti, essa comprende anche la famiglia e la religione. Ma allo stesso momen-to tale regolamento della modalità dei diritti è la barriera assoluto per lo Stato che non può interferire nel bene della persona, nel suo fine. Riguardo alla realizzazione del “bene” della persona, le due «socie-tà» della famiglia e della religione (Chiesa) hanno la prerogativa che deriva dalla dignità della persona. Concretamente, il regolamento della modalità dei diritti viene esplicato da Rosmini in questi compiti: «difendere i propri diritti, comporre i litigi, modificare l’esercizio de’ diritti de’ singoli in modo che a cia-scuno si risparmi il danno che ne verrebbe senza tale modificazione, o s’ottenga un vantaggio che ave-re non potrebbe ove ciascuno esercitasse i diritti senza riguardo a quelli degli altri» . [45] Né la società civile, né lo Stato hanno per termine diretto il diritto (il bene delle persone). Per questo, Rosmini formula nell’Introduzione alla filosofia che la società civile è una società particolare appunto non universale, perché l’universalità deriva dall’autorità della dignità umana. Al contrario, spetta allo Stato di regolare la modalità dei diritti e di tutelare gli stessi.

Pages 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13