Il problema della democrazia in Antonio Rosmini
di Markus Krienke
(Facoltà di Teologia di Lugano)

2. La democrazia nella sistematica del pensiero politico rosminiano
Come forma dello Stato e quindi legittimazione del governo politico, la democrazia viene trattata da Rosmini non al livello della stessa società civile, ma a quello dello Stato che non si identifica con quest’ultima ma si colloca al suo “lato esterno” – appunto quello istituzionalizzato. L’espressione pro-pria di Rosmini è «società esterna», in quanto è il livello dei «mezzi necessarj» che realizza la società ef-fettivamente, ossia con «l’uso di mezzi esterni, di persone e di cose» . [14] Tutto sommato, la forma di questa istituzionalizzazione sono le istituzioni governative della stessa società, e in questa la «parte esterna» si differenzia dalla «parte interna o spirituale».
Rosmini pensa la società, in generale e in tutte le sue dimensioni, interna ed esterna, come un «vincolo […] formato da più persone cospiranti in un fine, e aventi la consapevolezza e volontà di cospirare congiuntamente nel detto fine» .[15] La «società», nella sua natura che è «un’unione che si stringe fra piú individui a fine di conseguire un dato bene» , [16] e nelle sue funzioni di autogestione ed autogoverno, è quindi, di sostanza, «libera dal dominio» (herrschaftsfrei). Infatti, l’elemento «signorile», come precisa Rosmini, fa parte del concetto di Stato – non di società –, in modo tale che fenomenologicamente abbiamo a che fare, parlando di “Stato”, di un «oggetto misto ed incerto» che è l’insieme dell’«elemento sociale ed il signorile» .[17] Per precisare, Rosmini riserva «l’appellazione di Società civile a quello che veramente significa secondo la proprietà della parola, vale a dire, una pura società, astraendo da ogni elemento signorile che non entra nell’essenza delle società, come abbiam veduto, e che ha natura opposta all’elemento sociale» .[18] Quindi la società civile non si trova né nell’elemento di sottomissione (elemento signorile) in cui i citta-dini cedono i loro diritti per ricevere in ricambio la garanzia istituzionale della loro personalità (Stato), né nella semplice organizzazione della società (governo), ma essa consiste veramente e propriamente in ciò che «le persone che la compongono tengano in essa la dignità personale di fine, e che questo e-lemento morale è inerente ad ogni società» . [19] Esiste quindi una sostanza morale-ideale della società [20] che per Traniello assomiglia alla «leibniziana repubblica degli spiriti» , [21] e – si potrebbe aggiungere – anche al «regno dei fini» della Fondazione della metafisica dei costumi di Kant, in cui non vigono i meccanismi dei «mezzi» ma dove le persone si riconoscono come «fini» e nel quale, pertanto, non esistono le relazioni di legislatore e suddito. Non esistendo in questa sfera rapporti di subordinazione e di «signoria», come dice Rosmini, è solo in questa sfera interna e morale che Kant riesce a collocare una coincidenza della volontà singolare con quella generale e quindi quel meccanismo che il singolo si trova nel tutto come soggetto e non come suddito, ossia appunto il meccanismo della volonté générale di Rousseau. A ben vedere, anche per Rosmini «[l]e persone associate non formano adunque tutte insieme che una persona morale: il bene che colla società si procaccia, e che è il fine della società stessa, è bene di questa persona morale, della quale le persone individue non sono che parti» .[22] » . Ma come Kant, anche Rosmini non applica questo modello, che parla di un meccanismo morale, alla società civile nel suo lato “esterno”, per cui in Rousseau la stessa autonomia giuridica della persona si conforma alla vo-lontà generale e la persona si risolve nella società civile. Kant, per evitare questa conclusione, ha trasfe-rito questo meccanismo nella dimensione trascendentale dell’uomo: nel regno dei fini la persona è ri-conosciuta nella sua dignità, e siccome questo “regno” è radicato nella dimensione noumenale dell’uomo, si realizza in quel “lato interno” che costituisce la base e la sostanza dei diritti realizzati a li-vello sociale: «la parte corporea ed esteriore della società si dee considerare come il mezzo di perfezio-nare la parte interiore e spirituale, nella quale esiste propriamente l’uomo, e risiede il diletto e la perfe-zione di cui egli è suscettibile: in questa dunque dee consistere anche il fine ultimo di ogni società» . [23] A ben vedere, in questa citazione che non è desunta dalla Filosofia del diritto ma dalla Filosofia della politica, Rosmini non utilizza il binomio “interno/esterno”, ma quello “interiore/esteriore”, intendendo quest’ultimo comunque anche nel significato del primo binomio . [24] Nonostante la ampia coincidenza dei significati dei due binomi, la differenza fra i due e l’utilizzo di quello “interiore/esteriore” nella Filosofia della politica segna il metodo diverso d’argomentazione nelle due opere in esame: mentre nella Filosofia del diritto Rosmini s’interroga sul rapporto della persona come «diritto umano sussistente» al livello istituzionale-sociale, per cui il lato della società civile rivolto alla persona risulta quello interno, mentre quello istituzionale e di governo risulta come quello esterno. Nella Filosofia della politica, invece, come abbiamo visto in questa citazione, il Roveretano focalizza il discorso politico e lo riconnette strettamente all’antropologia e alla psicologia. In questa prospettiva, la società risulta piuttosto come il «corpo» (parte «esteriore») e la dimensione della persona appare, in riferimento a quest’ultimo, come la parte «spirituale» (o «interiore») che indica il «fine ultimo» dell’intera sfera politica .[25] Queste due prospettive confluiscono nella determinazione del «fine» della società ossia nella distinzio-ne tra il «fine prossimo» («fine civile») e il «fine remoto» («fine sociale»): quest’ultimo è interno ed è im-mediatamente il bene della persona. Rosmini lo chiama il «vero bene umano» che consiste nell’«appagamento dell’animo» . [26] La determinazione del fine esteriore, quello prossimo, invece è definita difficile da Rosmini; come esempio egli annovera la sicurezza, e intende la realizzazione istituzionale dei diritti di tutti, secondo una comune modalità[27] Ma in quanto questi diritti fondamentali dell’uomo, che esprimono la sua libertà, vengono determinati a partire dall’individuo e da quelle società che precedono la società civile (come la Chiesa e la famiglia), essi non possono essere assorbiti o definiti dalla società. I diritti a livello sociale, quindi, vengono a realizzare «l’insieme delle condizioni, per mezzo delle quali l’arbitrio dell’uno può accordarsi con l’arbitrio di un altro secondo una legge universale della libertà» .[28] Se Rosmini, con la sua concezione della persona e della società civile, da un lato, si rivolge con Kant con-tro Rousseau, dall’altro lato, e allo stesso momento, si rivolge anche contro Kant e costituisce, quindi, una vera a propria posizione originale di filosofia politica. La grande e decisiva differenza tra Rosmini e Kant, nella quale è quindi sempre compreso il suo distacco da Rousseau, in ultima analisi, è da trovare nella fondazione antropologica della società: mentre per Rosmini il “lato interno” della società civile non è disgiunto dal suo aspetto reale e consiste di persone concrete, che in questa loro concretezza sono ognuno per sé il «diritto umano sussistente» , [29] per Kant il regno dei fini è trascendentale, quindi di carattere noumenale (e in questo senso puramente «interiore»). Infatti, per Rosmini la natura, il “lato in-terno”, della società consiste nell’«insieme dei rapporti che sussistono fra gli individui e dei vincoli fra questi e le cose […]: la società sussiste in virtù della ragione, ma nello stesso tempo è la condizione ne-cessaria perché la stessa ragione possa esprimersi e svilupparsi» . [30] La società civile è quindi radicata in modo individual-personalistico e perciò il «lato interiore» si esprime, per lui, sempre come «lato interno» in quanto questo non è assolutamente non-reale o non-visibile. “Lato interno”, per Rosmini, in questo senso vuol dire la società civile che trova nella sua reale organizzazione il “lato esteriore” che poi negli Stati moderni, de facto, è misto con l’elemento di domi-nio e di signoria.
La società civile nel suo “lato esteriore” viene poi definita da Rosmini «l’unione di un certo numero di padri, in quali consentono che la modalità de’ diritti da essi amministrati venga regolata perpetuamen-te da una sola mente e da una sola forza (sociale), alla maggior tutela, e al più soddisfacente uso de’ medesimi» . [31] Come il Roveretano stesso precisa, questa formulazione non deve essere intesa in modo tale che «le mogli e i figliuoli non possano anch’essi considerarsi come membri di essa» , [32] il che contraddirebbe alla sua definizione iniziale di «società» nella Filosofia della politica. Qui, nella Filosofia del diritto, e introducendo la «società civile», Rosmini pensa invece sin dall’inizio alla domanda organizzativa e quindi di rappresentanza di questi diritti originali e inalienabili della persona nelle varie società concrete e quindi nella loro organizzazione sociale. Si tratta, qui, quindi del “lato esterno” della società, nelle sue istituzioni e realizzazioni. Fatto sta, che la persona in quanto tale è il diritto originario e che la società ha come «fine prossimo» il «regolamento della modalità de’ diritti» . [33] Ma questo caratterizza la sfera esterna della società. L’individuo di per sé si realizza nel perseguimento dei suoi beni – quello personale e quello naturale – non nella società civile, nemmeno al suo “lato interno” ma soltanto al suo “lato interiore” che poi si realizza, ancora prima della società civile, nella società teocratica e nella società domestica. La società civile, quindi, anche nella sua natura interna, è preceduta da due società che realizzano il bene della persona. In questo modo Rosmini riesce a concepire la società civile in modo completamente sussidiario rispetto alla società teocratica (realizzata dalla Chiesa) e alla società domestica (alla famiglia): «Or dunque, se la società teocratica e la domestica hanno per fine prossimo i beni (oggetto de’ diritti); e la civile solamente la più utile ed opportuna modalità di essi; apparisce che quelle due prime società in paragone di questa terza hanno la ragion di fine, e questa terza quella di mezzo; o in altre parole, la civile dee essere, secondo lo spirito della sua istituzione e la sua propria natura, una mera inserviente alle due prime» [34] Perciò, alla società civile, anche al suo “lato interno”, non conviene una vera e propria “essenza” che la farebbe sussistere al di là della dignità dei singoli, dei loro legami sociali e delle due prime società – teocratica e domestica – che partecipano alla dignità dell’individuo nel modo in cui realizzano i beni fondamentali dell’individuo in quanto soggetto naturale e in quanto persona.

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