Il problema della democrazia in Antonio Rosmini
di Markus Krienke
(Facoltà di Teologia di Lugano)

Evidentemente, anche questa istituzione del Tribunale politico è stata criticata, negli stessi termini in cui è stato contestato il concetto rosminiano del voto proporzionale. Questa volta è Danilo Zolo che per il carattere liberale dell’impostazione rosminiana sospetto che «al fondo del pensiero e della sensi-bilità rosminiana c’è la negazione della questione sociale come problema politico e giuridico», mentre «al fondo della posizione socialista c’è l’affermazione del diritto di ogni persona e di ogni classe ad una completa cittadinanza politica e civile», per concludere con il bilancio: «la posizione rosminiana pre-suppone una società di persone libere e proprietarie; la posizione socialista vuole realizzare, a suo mo-do e non senza gravi contraddizioni, una società di persone fornite del necessario vitale e personale e, almeno in questa misura, libere di una concreta, materiale libertà» . [151]
In parallelo alla critica di Brunello, anche Zolo ribadisce che Rosmini affermerebbe una società aristocratica dei ricchi sorvolando sui problemi dei nullatenenti e dei socialmente svantaggiati. Così Rosmini cementerebbe una società statica, basata sul mero rispetto dei diritti individuali, soprattutto di proprietà. In questo contesto, anche il Tribunale politico si rivelerebbe solamente negativo in quanto «è rivolto sempre a difendere e mai ad offendere» [152] e non può realizzare concretamente, distributivamente la giustizia materiale. A questo punto, rispondendo a Zolo, c’è da sottolineare che Rosmini non concepisce lo Stato onnipotente e che proprio per il bene degli uomini tutti, e a pro dell’aiuto spontaneo e misericordioso tra le persone, le competenze dello Stato devono essere limitate alla giustizia sociale, come è stata definita da Rosmini. E questa, in effetti, è una giustizia democratica, che considera gli uomini tutti, e definisce quei limiti so-stanziali alla politica (parlamento, governo) entro i quali queste istituzioni possono regolarne e realiz-zarne le modalità . [153] Ma che cosa significa questo per la “giustizia distributiva” nello Stato e quindi per la risposta all’obiezione di Zolo?
Per Rosmini, l’uguaglianza della dignità personale si realizza a livello sociale nell’ordinamento giuridi-co, non in una politica distributiva o assistenzialistica. Infatti, Rosmini si chiede se la beneficenza possa essere compito dello Stato e nega in linea in principio questa idea: la beneficenza è opera della «spon-taneità», mentre il governo agisce tramite «le sue ordinanze, le sue leggi, [che] sono sancite dalla forza» e quindi contrariamente alla «spontaneità» . [154] Bisogna ricordare quanto abbiamo già analizzato, ossia che Rosmini esplicitamente esclude da questa domanda quegli atti sussidiari del governo rivolti al minimo d’esistenza delle persone, in quanto questo problema è un problema di diritti fondamentali e non di «mera beneficienza». Solo se questi atti diventano un’espressione della volontà di tutti (i contri-buenti) e quindi della loro auto-imposizione complessiva, Rosmini si dichiara favorevole a tali atti. Al-trimenti, di per sé, «[l]a società civile è istituita unicamente per la tutela e il regolamento de’ diritti di tutti i cittadini». Con la conseguenza, che le opere di beneficenza siano lasciate «alla liberalità de’ sin-goli cittadini e alle private associazioni» . [155] Da ciò segue, che l’ordinamento secondo la giustizia sociale realizza la giustizia secondo i principi di solidarietà e sussidiarietà nel loro rimando reciproco ossia nella loro dimensione etico-giuridica: non c’è mera solidarietà, perché lo Stato non è «spontaneo», ma c’è la solidarietà tramite la sussidiarietà dell’ordinamento pubblico – ossia come categoria giuridico-costituzionale. Solo dopo questa, c’è anche la beneficenza, ma come atto individuale-spontaneo, e solo se questa spontaneità dell’intera nazione si trasmette immediatamente nell’azione del governo, quest’ultimo può realizzare una giustizia distributiva che vada oltre quella sociale dell’ordinamento politico.
Dopo queste considerazioni sul Tribunale politico segue per il problema della democrazia in Rosmini che la sua concezione costituzionale è democratica in quanto indirizza il governo nei termini della giu-stizia e della libertà a tutti quanti che sono governati; essa rende il governo un governo of the people e for the people – questi due elementi della Gettysburg-Addess vengono realizzati dal concetto rosminia-no, quel aspetto che manca e di essere un governo by the people: «Infatti i governi ed i governanti non sono istituiti a loro pro, o a pro delle loro famiglie, ma unicamente a pro della moltitudine che gover-nano» .
[156]

8. Conclusione
Come è stato rilevato, il concetto di “democrazia” in Rosmini non si riduce ad un termine che indica una forma od organizzazione del potere politico, ma viene riferita – appunto come concetto (idea) e non come termine (definizione) – all’organizzazione della costituzione secondo la giustizia sociale, per la quale la dignità personal-etica della persona è l’uguaglianza ontologica che deve essere realizzata nella società liberale e moderna. Perciò, la “democrazia” deve essere compresa all’interno della siste-matica costituzionale rosminiana, la quale il Roveretano riassume all’inizio della Costituzione secondo la giustizia sociale con le seguenti parole: «[t]utti i diritti degli uomini si riducono a due gruppi, al gruppo di quelli che si raccolgono sotto il nome di libertà, e sono il libero onesto esercizio di tutte le facoltà, e al gruppo di quelli che si raccolgono sotto il nome di proprietà. […] Le Costituzioni moderne difettano per l’uno e per l’altro capo. Esse non rendono giustizia a tutti, perché contro il potere politico le minori-tà e gl’individui non hanno alcun giuridico richiamo» . [157] Rosmini riconosce queste mancanze soprattutto nella costituzione francese [158] e cerca di contrapporle un modello alternativo.
Questo modello realizza la “democrazia” al fondamento personalistico della società, attraverso una camera sui generis, il Tribunale politico. Assegnando ad esso un valore superiore delle due camere legi-slative, per le quali, per evitare il comunismo, hanno diritto elettivo attivo solo i contribuenti cioè i pro-prietari (ma non in chiave aristocratica, ma per il fatto social-etico espresso nella dottrina sociale sulla proprietà che essa viene gestita meglio sotto la chiave della proprietà), essa relativizza effettivamente la politica e le antepone il valore della giustizia sociale che si basa sulla dignità inalienabile della perso-na, immagine di Dio, e chiamata essa a non nascondersi in un sistema politico in cui la responsabilità viene delegata ad un parlamento eletto, ma ad impegnarsi attivamente nella società, anche nella for-mazione dell’opinione politica pubblica che poi conferisce alle due camere legislative la base indispen-sabile per poter svolgere il suo contributo ossia regolare «la modalità de’ diritti». Nella sua critica ro-sminiana alla “democrazia” dello Stato moderno e nell’effettiva rinuncia a questo termine, Rosmini propone quindi un modello in cui viene rivalorizzato la società civile e il suo contributo politico – e in questa chiave egli recupera il concetto di “democrazia”, senza poterla terminologicamente rivalutare nella situazione politica e di idee politiche nel suo tempo: ossia la formazione dell’opinione politica pubblica, e lo sforzo di trovare consensi nella società stessa. Rosmini diffida dei partiti, in quanto ten-dono a ostacolare questo processo, che egli ritiene fondamentale per il funzionamento dello Stato moderno. Come presupposto, Rosmini sottolinea che bisogna tornare a considerare la politica piutto-sto nella chiave dei “mezzi”, di “utilità”, anche di “interessi”, se questo serve a ricordarci che in quanto tale, la politica è indirizzata al consenso di questi “mezzi”, “utilità” ed “interessi” nel bene comune che è la persona umana stessa. Infatti, lotta, antagonismo e concorrenza non sono da evitare o da interpreta-re come un male: anzi per Rosmini sono costruttivi, alla condizione che si muovono all’interno della cornice forte della giustizia sociale: solo se è assicurato la libertà morale degli individui, la loro indivi-dualità e quindi la giustizia sociale basale della convivenza, è stabilito il quadro entro il quale lotta, an-tagonismo e concorrenza si possono realizzare umanamente . [159] E’ proprio per questo che Rosmini trasferisce l’attenzione dalla politica al diritto, alla persona e ai principi sociali che da essa derivano. In questo senso, Rosmini può fornire anche oggi un notevole contributo alla “oggettivizzazione” (Sachlichkeit) della politica: la legittimità della forza politica non è il numero, ma la giustizia . [160] La vera uguaglianza, così Rosmini, è quella giuridica; solo così si ha in mani un rimedio al pericolo del socialismo e del comunismo. Questa dà alla politica una prospettiva finalistica che quest’ultima in parte pare stia riscoprendo. In tale chiave, come sottolinea Botto, si lascia senz’altro riproporre il pensiero politico rosminiano . [161] E secondo Ronald Dworkin «l’istituzione dei diritti è cruciale, perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuol far funzionare il diritto, dev’essere ancor più sincera» .[162] In questo senso, si possono riassumere le nostre considerazioni ed analisi in questo modo: «[i]l liberali-smo di Rosmini […] introduce a una democrazia ad alto potenziale etico e giuridico. Si tratta di una forma di vita e di governo in cui i diritti del cittadino presuppongono quelli dell’uomo e hanno una ri-gorosa corrispondenza in precisi doveri. Il principio, il perno, di questa democrazia, è sempre la perso-na nella sua interezza spirituale e fisica, nella sua dignità di creatura dotata di intelligenza e di volon-tà» . [163] In questo senso, della democrazia come concetto (ideal), essa richiede un «tirocinio alla libertà» , [164] come formulava Tocqueville; e Rosmini, pur rifiutando la “democrazia” come forma di governo basata sul suffragio universale, ci somministra le riflessioni fondamental-etiche per questo “tirocinio” di cui oggi, per la sopravvivenza della democrazia come forma politica, c’è bisogno urgente . [165] Tutto questo Rosmini colloca in una considerazione filosofica che costituisce forse, come rileva Cotta, l’ultima «analisi filosofica di che cosa sia o si debba intendere per politica» fino ad oggi .[166] Analizzando questa concezione rosminiana della democrazia, si può facilmente accorgersi che Rosmini può essere considerato un vero precursore della Dottrina sociale della Chiesa come essa si è formata tra il Concilio Vaticano II e la Centesimus annus, fino all’attuale Caritas in veritate: «la Chiesa riconosce che, mentre la democrazia è la migliore espressione della partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, essa ha successo soltanto nella misura in cui è basata su una corretta comprensione della persona umana» . [167] Rosmini si contraddistingue per il suo grande coraggio di ripensare la società, a partire dall’immagine cristiana dell’uomo e dalle implicazioni politiche fondamentali del Cristianesimo .[168] In questo sta la sua importanza attuale, e per questo le sue riflessioni ci forniscono ancora oggi intuizioni fondamentali per affrontare le problematiche attuali.

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