Enrico Opocher nella patavina Universitas Juristarum
di Francesco Gentile

Il 14 marzo 1949, Opocher tiene nell’Aula E del Palazzo del Bo’ la prolusione al suo insegnamento, intitolata: “Il diritto senza verità: la crisi dell’ideologia ‘laica’ nell’esperienza giuridica contemporanea”, e “preoccupato ma severamente obiettivo” denuncia senza infingimenti la crisi dello Stato di diritto e della connessa ideologia giuridica borghese, con i miti dell’autosufficienza e della neutralità dell’ordinamento, per rappresentare i quali conia la formula originale ed efficacissima del “laicismo giuridico”.

“Quasi completamente appoggiato allo stato o, meglio, alle mutevoli e troppo spesso irresponsabili volontà che, attraverso il mito dello stato, si esprimono dominatrici della vita sociale, quel diritto che altra volta era stato scultoreamente definito come ars boni et aequi si è andato sempre più riducendo ad uno strumento per fini estranei al proprio contenuto, se non addirittura ad un mero strumento di governo. La sua dipendenza diretta o indiretta dalla volontà statuale, ossia la sua forma positiva, pur necessaria a garantirne la certezza, è diventata l’unico titolo della sua validità, l’unico criterio della sua giuridicità e per questa via esso è divenuto l’indispensabile strumento per realizzare, perpetuare e giustificare la volontà dominante, per piegare e dirigere l’azione verso qualsiasi avventura, per assicurare validità oggettiva allo stesso arbitrio” [18]. Si rivelano così al filosofo le ragioni profonde dell’esito totalitario di una concezione dell’ordinamento giuridico come mero strumento di controllo sociale. “Bisogna veramente riconoscere che il diritto del nostro tempo è un diritto senza verità, che l’attuale crisi dell’esperienza giuridica è, nella sua essenza più profonda, una crisi della verità del diritto o, meglio, di quell’intima consapevolezza del proprio valore, senza di cui l’esperienza giuridica diviene cieca, non è più se stessa”[19], e si lascia travolgere dal totalitarismo.

Ma la capograssiana “filosofia dell’esperienza giuridica”, di cui a giusto titolo rivendica d’essere il più diretto continuatore, dopo Flavio Lopez de Oñate e insieme con Pietro Piovani e Antonio Villani[20], trattiene Opocher dallo scetticismo, irrazionalistico o pragmatico che sia, a cui la frustrazione della crisi e il dramma della catastrofe potevano indurre e in realtà hanno avevano indotto tanti giovani giuristi, e gli rivela luminosamente il compito fondamentale che spetta ai “chierici” del diritto dopo il tradimento[21], quello di “restaurare la verità del diritto nella vita sociale”[22]. Un compito che per i giuristi si prospetta come diretto ad “imbrigliare e neutralizzare, nelle forme logiche della legalità, le tumultuose forze che la nuova storia esprime” e per i filosofi ad “opporre (..) le istanze universali della giustizia alle contingenti suggestioni dei fini politici”[23], poiché della verità del diritto legalità e giustizia costituiscono, comunque vengano intese, i due fondamentali, anche se talvolta antinomici, aspetti.

Il riflesso di questo atteggiamento nella comunità di studiosi e di docenti che costituisce una “vera” università di giuristi[24] è riscontrabile, direttamente ed inequivocabilmente, nella Collana delle Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, che negli anni successivi alla prolusione di Opocher si arricchisce di due libri esemplari del suo modo di insegnare e insieme di coltivare il “genio” degli allievi che gli si erano affidati. Mi riferisco al libro notissimo di Luigi Caiani su “La filosofia dei giuristi italiani”[25] e a quello meno noto ma non meno letto di Ruggero Meneghelli su “La genesi del diritto nell’esperienza etica del matrimonio”[26]. Libri sui quali, opportunamente, sono chiamati ad affaticarsi i più giovani che, oggi, si accostano curiosi agli studi[27].

Nella primavera del 1955, il professor Aldo Checchini tiene la sua ultima lezione e la Facoltà si trova di fronte al problema della nuova presidenza; problema di non agevole soluzione se si pensa che in due tempi, tra il 1935 e il 1941 nonché tra il 1947 e il 1955, Aldo Checchini è stato preside per quindici anni dando, per usare le parole di Giuseppe Bettiol, “tutta la sua opera appassionata, perspicua, costruttiva per il bene della Facoltà. Rare volte – è il commento del grande penalista – accade di trovarci di fronte ad una personalità così spiccata di studioso e di maestro, che ha formato generazioni di studenti indirizzandole al culto dei più alti ideali scientifici e morali”[28]. Nell’ adunanza del 24 ottobre 1955, presenti Enrico Guicciardi, Lionello Rossi, Alberto Trabucchi, Luigi Carraro, Enrico Opocher, Pasquale Voci, Giorgio Oppo, Gaetano Arangio Ruiz e Alberto Burdese, alla prima votazione, il Consiglio della Facoltà di Giurisprudenza elegge preside per il triennio 1955-1958 il professor Enrico Opocher, con 7 voti a favore, un voto al professor Aldo Checchini e una scheda bianca. Opocher ricoprirà la carica per quattro anni, in una fase della storia del nostro Paese ed in particolare dell’Università pieni di vitalità e d’iniziative, per lo slancio che la “ricostruzione” infondeva in tutti, ma anche tempo in cui, sotto la cenere, covavano fortissime le tensioni ideologiche.

La lettura dei verbali di quegli anni, fatta con il distacco che il tempo passato consente e il mutamento intercorso impone, è piena di eventi, curiosi ma anche significativi. Innanzitutto entrano in scena i nuovi professori: Guido Saraceni, Carlo Guido Mor e Aldo Attardi. Si affacciano, tra le quinte variegate dell’assistentato, i giovani Gian Battista Impallomeni, Vittorino Pietrobon, Lorenza Carlassare, Alfredo Molari, Leopoldo Mazzarolli, Francesco Gullo, Adriana D’Antonio, Alessandro Calvi, Riccardo Astolfi, Franco Amato. Appaiono le prime domande di borsa di studio dei neo-laureati Giorgio Cian, Gianfranco Schininà, Carlo Pincin e del vostro cronista.

Dal punto di vista istituzionale, prende corpo la Scuola di preparazione sindacale, la cui istituzione era stata proposta e caldeggiata dal professor Luigi Carraro nell’adunanza del 15 dicembre 1955, e su sollecitazione del Ministero degli Affari Esteri interessato a trovare “un utile strumento di collaborazione italo-autriaca in Alto Adige anche in relazione alla convalida delle lauree conseguite da studenti altoatesini in Università austriache, nell’adunanza del 15 marzo 1956, si prospetta l’eventualità di istituire a Bressanone un Istituto di diritto comparato e di legislazione regionale ponendo così le basi dell’accordo internazionale che ha dato origine al Corso integrato di Giurisprudenza che ancor oggi è attivo presso la Leopold Franzens Universität di Innsbruck in collaborazione tra le Facoltà Giuridiche di Innsbruck e di Padova. Una vera e propria laurea europea, avente valore legale internazionale, uno strumento straordinario di cui forse non si è del tutto capita l’importanza antesignana.

Nel 1957, in occasione della ricorrenza centenaria dell’istituzione della cattedra di Storia del diritto italiano dell’Università di Padova, la prima in Italia, la Facoltà unanime decide di celebrare l’avvenimento onorando i maggiori maestri che l’hanno illustrata ed in particolare Nino Tamassia, alla memoria del quale viene dedicata una lapide ed un busto nell’Aula E del Cortile del Bo’.

Nell’adunanza del 8 luglio 1958, Opocher viene rieletto preside per il triennio 1958-61, con 10 voti e 1 scheda bianca, ma nella primavera successiva si dimette. Per intendere le ragioni di tutto questo conviene affidarsi al testo asciutto del verbale dell’adunanza del Consiglio di Facoltà del 6 giugno 1959. “Dichiarazioni del Preside in ordine alle sue dimissioni. Il Preside informa la Facoltà di aver rassegnato al Magnifico Rettore e al Ministero le sue dimissioni. Dà lettura del carteggio intercorso col Rettore e della lettera inviata il 22 maggio 1959 al Ministro dell Pubblica Istruzione, così concepita: ‘Onorevole Signor Ministro, la situazione che si è venuta a creare in Facoltà relativamente alla dichiarazione di vacanza della cattedra di Diritto costituzionale[29], mi induce, dopo matura riflessione e per decisione che La prego di considerare irrevocabile, a rassegnare le dimissioni da Preside. Il dissenso che divide la facoltà coinvolge gravissime questioni di principio sulle quali, confortato dall’adesione della maggioranza dei colleghi, non potevo transigere senza venir meno alla mia coscienza di studioso ed ai miei doveri di Preside. La frattura che ne è derivata esige però, ora, nel superiore interesse della Facoltà, un’azione distensiva che solo un nuovo Preside può compiere. Ed è anche questo per me un dovere al quale non intendo sottrarmi’. A questa lettera il Preside fa seguire le seguenti dichiarazioni: ‘Il contenuto delle lettere che vi ho letto non richiede evidentemente nessun commento da parte mia. Mi limiterò a ringraziare tutti i colleghi per la collaborazione che mi hanno dato nel corso dei quattro anni della mia Presidenza e ad augurare fin d’ora alla Facoltà di ritrovare la sua piena concordia, senza pregiudizio di quei principi ai quali si affida in gran parte la sua stessa dignità e che, malgrado tutto, ho la soddisfazione di trasmettere intatti al mio successore’. Piena solidarietà di Guicciardi e Voci. Altri si associano. Bettiol rivolge calorose espressioni”. A completamento della vicenda va ricordato che nell’adunanza del 4 maggio 1960 all’unanimità verrà chiamato a ricoprire la cattedra di Diritto costituzionale il professor Vezio Crisafulli. Nel frattempo era stato eletto preside Pasquale Voci.

La lontananza temporale e i mutamenti intercorsi sfumano, oggi, e stemperano i contorni del dissenso, di allora, ma non ne cambiano i termini sostanziali, riguardando il modo in cui la cultura si deve porre di fronte alla politica, considerato che la politica, almeno quella “statistica”, di fronte alla cultura sembra porsi sempre ed esclusivamente nei termini del più stretto controllo. Ed è estremamente suggestivo leggere quello che Opocher, proprio in quel frangente delicato, scriveva, preparando il suo intervento nel ciclo di conferenze sulla posizione del filosofo di fronte allo stato moderno, organizzato dall’Istituto di Filosofia del diritto e Diritto comparato sotto gli auspici della Sezione veneta della Società Filosofica Italiana[30].