LA TUTELA PENALE DELLA «DIGNITÀ UMANA»: TRA ESIGENZE DI GIUSTIZIA E DI PROTEZIONE DEL BENE GIURIDICO[1]
di Giovanni Caruso

[21] RONCO M., Il problema della pena, cit., pp. 52-73: l’Autore sottopone a critica il cd. liberalismo feurbachiano, in quanto fedele traduzione, sul piano della scienza penale, della complessiva rivoluzione antropologica operata dalla filosofia della pena dei lumi e mette in luce, in particolare, la contraddittorietà tra la pretesa dell’Autore tedesco di confinare la sanzione penale nell’àmbito di una ‘psycologische Zwangstheorie’ – dopo aver nettamente separato l’universo giuridico dall’universo morale, aver disconosciuto il rilievo della ‘libertà’ umana nel discorso giuridico ed aver privilegiato la rilevanza sensistica della frizione tra ‘piacere’ del delitto e ‘dispiacere’ della pena – e la finalità complessiva dell’esserci della pena, costituita dall’affermata necessità “der Erhaltung der wechselseitigen Freiheit aller”. Sul punto, si veda FEUERBACH P.J.A.v., Revision der Grundsätze und Grundbegriffe des positiven peinlichen Rechts, Aalen, 1966; sull’Autore tedesco, si veda CATTANEO M.A., Anselm Feuerbach filosofo e giurista liberale, Milano, 1970; MOCCIA S., Il diritto penale tra essere e valore, Napoli, 1992, spec. pp. 46-52.

[22] RONCO M., Il problema della pena, cit., pp. 35-36 e 38: l’Autore ripercorre tale riduzionismo sensista nelle posizioni di Destutt De Tracy, di Cabanis – “che, accanto a Destutt, il teorico dell’ideologia in generale, ne è piuttosto, nella sua qualità di medico, l’antropologo” – e nella scuola di d’Holbach ed Helvetius, concludendo, citando Beccaria, che se “l’uomo […] è il meccanismo che deve essere guidato e diretto attraverso la manipolazione delle sue sensazioni e dei suoi bisogni fisici, e se il codice sociale si rinviene nella distribuzione, manipolazione e riproduzione di tali sensazioni e bisogni, è allora evidente, come ha icasticamente detto Beccaria, che le pene trovano la loro giustificazione e la loro misura esclusivamente nella funzione di «opporsi alle direzioni rovinose della gravità e di far cospirare quelle che contribuiscono alla forza dell’edificio»”.

[23] RONCO M., ibidem.

[24] FERRAJOLI L., Diritto e ragione, cit., p. 210: “Al tempo stesso, la separazione metascientifica tra punto di vista interno e punto di vista esterno alle istituzioni giuridiche e l’onere della loro giustificazione imposto dalla loro concezione utilitaristica generarono, nella cultura liberale illuministica, un atteggiamento politico riformatore nei riguardi del diritto positivo vigente, consentendone la critica dissacrante e spregiudicata, libera dall’ossequio morale o religioso all’ordine costituito. «Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un così grande intervallo tra me e il ricco? – poteva chiedere Beccaria – «Chi ha fatto queste leggi? Uomini ricchi e potenti … Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia nella sua sorgente» […] E Voltaire, ancor più incisivamente: «Voulez vous des bonnes lois? brûlez le vôtres et faites-en de nouvelles»”.

[25] RONCO M., Il problema della pena, cit., p. 51. Tale riduzione sensista, per vero, trova la propria completa espressione nel diritto penale, in quanto ‘foro esterno’, indipendentemente dal riconoscimento della natura libera e intelligibile dell’uomo nella diversa sfera morale: anche per Feuerbach, Autore che non disconosce in assoluto la libertà, l’‘homo iuridicus’ va ridotto a pura sensazione di piacere o di dolore (op. ult. cit., pp. 69-72).

[26] RONCO M., op. ult. cit., p. 111.

[27] GROZIO U., De jure belli ac pacis libri tres, 1625, Brill, Lugduni 1939 lib. II, cap. XX, parr. 6-9; HOBBES T., Leviatano, cit., XV, XXVIII e XXX; PUFENDORF S., De jure naturae et gentium, libri octo (1672), ex officina Knochio-eslingeriana, Francofurti, 1759, lib. VIII, cap. III, parr. 4 e 9; Id., De officio hominis et civis juxta legem naturalem, libro duo, 1673, Brandmulleri, Basileae 1739, lib. VIII, cap. III, parr. 4-10; THOMASIUS Ch., Institutiones Jurisprudentiae Divinae, 1688, rist. Scientia Verlag, Aalen 1963, lib. III, cap. VII, parr. 25,28,40-43, 53-55 e 10, pp. 413-424; FILANGIERI G., La scienza della legislazione, 1783, in La scienza della legislazione e gli opuscoli scelti, Tipografia della società Belgica, Bruxelles 1841, lib. III, cap XXVI e XXVII; ROMAGNOSI G., Genesi del diritto penale , 1791, Silvestri, Milano 1836, 6° ed., vol. I, parr. 395 e 401; BENTHAM J., Principes du code pénal, I partie, ch. I, in Traités des preuves judiciaires, Paris, 1823.

[28] PUFENDORF S., De officio hominis et civis juxta legem naturalem, libri duo (1673), Brandmulleri, Basileae, 1739, lib. II cap. XIII, par. 7, p. 429 e par. 4,2 p. 426. Ivi, par. 6, p. 428 : “Etsi autem in eo nihil videatur iniqui, ut malum patiatur, qui male egit : in poenis tamen humanis, non simpliciter respiciendum est quodnam malum sit perpetratum ; sed et quae utilitas ex poena possit provenire>>. Pufendorf distingue tre fini utilitari della pena : a) l’“utilitas ejus qui peccavit, dum dolore poenae ipsius animus emendatur, et peccandi libido per eundem extinguitur”; b) l’ “utilitas ejus qui laesus fuit, ne tale quid in posterum ab eodem aut aliis patatiur” ; c) l’“utilitas omnium, dum nempe id agitur, ut ne, qui uni nocuit, aliis deincepts noceat, vel ut exemplo territi ceteri a similibus patrandis abstineant” (ivi, parr. VIII-X, pp. 429-430).

[29] ROMAGNOSI G., Genesi del diritto penale, 1179, Silvestri, Milano 1836, par. 569, p. 256, parla di “esterni e fisici effetti”; nello stesso senso, si veda BENTHAM J., Principes de législation, ch. XI, in Traités cit., p. 35; Id., Vue Général cit., ch VI, ivi, p. 292.

[30] FERRAJOLI L., Diritto e ragione, cit., p. 466.

[31] PLATONE, Sofista, 235D-236E, in REALE G., Tutte le opere, Milano, 2000, p. 281.

[32] PALAZZO F.C., voce Persona (delitti contro), in Enc. Dir., XXXIII, Milano, 1983, p. 297:“su un piano che diremmo ‘giuridico-culturale’, influenza in modo decisivo la tutela della persona umana il reciproco atteggiarsi degli opposti principi «personalistico» ed «utilitaristico», così come essi si pongono in un determinato momento storico. Il principio personalistico, non meno di quello utilitaristico, ha una natura ed un’efficacia giuridico-normativa nel duplice senso che, per un verso, esso è desumibile dall’ordinamento, e segnatamente […] dalle norme costituzionali, quale «principio generale», e, per un altro, esso non può non influenzare l’attività di produzione normativa, legislativa o giurisprudenziale”; con precipuo riguardo all’impostazione del codice del 1930, l’Autore prosegue ponendo in luce come “nel nostro ordinamento esiste in proposito una sfasatura poiché, mentre il principio personalistico ha trovato la sua piena consacrazione nel testo costituzionale, dal quale dunque deriva una chiara e cogente indicazione per il legislatore che voglia intraprendere la riforma del tit. XII, il codice vigente fu emanato […] nell’adesione all’opposto principio utilitaristico”, op. ult. cit., pp. 302-303.

[33] PORTALIS, "Discours Préliminaire" al codice civile del 1804, inGENTILE F. (a cura di), Politicità e positività nell’ordinamento giuridico, Padova, 1999, p. 5.

[34] ROUSSEAU J.J., Du contrat social, II, 7, citato in GENTILE F., Intelligenza politica e ragion di Stato, cit., p. 166.

[35] ROMANO M., Legislazione penale e tutela della persona umana (contributo alla revisione del titolo XII del codice penale), in Riv. it. dir. proc. pen., 1989, p. 59.

[36] ROMANO M., op. ult. cit., p. 60.

[37] Del resto, che le distanze teoriche tra l’esperienza politica dello stato assoluto e dello stato liberale possano correttamente limitarsi alla considerazione della specifica dislocazione soggettiva della titolarità del potere (di uno o di molti) è ormai un dato da più parti riconosciuto; sul punto specifico, si veda SCHIERA P., Stato moderno, voce del Dizionario di Politica, diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Torino, 1992, pp. 1132-1333: “Si attuò in tal modo, proprio nel momento culminante della forma di organizzazione del potere propria dell’età moderna, cioè nell’ambito dello Stato assoluto, la messa in crisi della legittimazione esclusiva del principe alla titolarità del potere medesimo, attraverso il tentativo di riqualificazione politica di quelle posizioni private che si erano nel frattempo, più o meno consapevolmente, andate organizzando a livello sociale […] Che tale andamento presenti non indifferenti sfasature cronologiche nei diversi paesi dell’Occidente, soprattutto per quanto riguarda l’esperienza continentale e quella anglosassone, non sembra alterare il significato dell’intero processo ora descritto, che consiste nella contestazione ad opera dei movimenti rivoluzionari moderni non già della struttura di potere sottesa allo Stato assoluto, ma principalmente della personificazione storica che tale struttura aveva ricevuto nella figura di monarca. La unicità del comando, il suo carattere di ultima decisione, la sua possibilità di attuazione attraverso un solido apparato professionale di organi esecutivi e coattivi: tutto ciò non muta, come non muta l’obiettivo di fondo a cui tutto ciò era rivolto: l’instaurazione ed il mantenimento dell’ordine”. Non mi sembra da condividere, pertanto, l’enfasi impiegata da Luigi Ferrajoli nel caratterizzare il “codice fascista” come complesso normativo che avrebbe canonizzato la “concezione idealistica del bene giuridico” (FERRAJOLI L., diritto e ragione , cit., p. 471), e la conseguente limitazione della sua denuncia critica ad Autori come il Manzini e il Maggiore: “tanto più che il più autorevole dei penalisti italiani del nostro secolo, commentandone la parte speciale, identifica gli oggetti dei reati d’omicidio, o di lesioni, o di violenza privata, o di furto o simili non già nella vita umana, o nell’integrità della persona, o nella libertà individuale o nella proprietà privata, ma, con amplissimi giri, nell’«interesse dello stato concernente la sicurezza della persona fisica in quanto riguarda particolarmente la vita umana» o «l’integrità fisica della persona», o nell’«interesse dello stato di garantire la libertà individuale nel particolare aspetto della libertà psichica», o nell’«interesse pubblico concernente l’inviolabilità dei beni patrimoniali». D’altro canto, concepiti lo stato e il diritto come valori etici e fini a se stessi, i concetti di bene e di danno finiscono con l’identificarsi con tutto ciò che spiace e dispiace al sovrano: «ogni delitto», scrive per esempio Giuseppe Maggiore, «è in definitiva un delitto di fellonia, un crimen laesae majestatis»; sicché la giustificazione esterna s’identifica con la legittimazione interna e avalla la previsione di qualunque reato di «mera disobbedienza» precisamente in quanto disobbedienza”. In tal senso, Luigi Ferrajoli (op. cit., ibidem) sembra accreditare la contrapposizione tra la cifra illuministica, che avrebbe considerato l’uomo “in carne ed ossa”, e l’involuzione teorico-generale post-illuministica dell’idealismo, che avrebbe condotto a considerare esclusivamente l’interesse dello Stato: “sulle orme di Hegel scompariranno progressivamente, dall’orizzonte della dottrina penalistica del bene giuridico, gli interessi materiali degli individui esistenti in carne ed ossa, per lasciare il posto dapprima agli interessati o alla volontà dello stato e poi alla semplice idea del diritto o dello stato”.

[38] MARSILIO DA PADOVA, Defensor pacis, III, 3. Sul significato teorico dell’opera fondamentale del consigliere di Ludovico il Bavaro in relazione alla crisi del particolarismo politico medievale, nonché sul valore premonitore della medesima sulla formazione ideologica del particolarismo statuale moderno, GENTILE F., Intelligenza politica e ragion di Stato, cit., p.192 e ss..

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