ADRIANO TILGHER
di Francesco Gentile

In realtà, a Napoli, in quegli anni, la filosofia del diritto era insegnata, seppure in Facoltà di Lettere, anche da Igino Petrone, le cui "esposizioni" venivano accreditate di "qualche pregio" sebbene anche per lui non fossero mancate, su "La Critica" fra il 1904 e il 1907, delle strigliate assai ruvide, a sigla B.C. "Il Petrone si lascia trascinare dalla vaghezza di costruire il periodo sonante e la frase immaginosa; e in siffatta ricerca verbale trascura quell’analisi approfondita del proprio pensiero, che è fondamento dello scriver bene". Sembrano riserve stilistiche, ma non è solo l’aspetto estetico dello scrivere che viene stigmatizzato. "Gonfio" è l’aggettivo più ricorrente. "La nuova memoria, che s’intitola Il diritto nel sistema della filosofia dello spirito (1906), è gonfia fin nel titolo, perché bastava dire, tutt’al più, Il diritto nella filosofia dello spirito o ‘Il diritto nel sistema dello spirito; è gonfia già nei suoi primi periodi: Assunto supremo della filosofia del diritto è di porre e d’inserire il fenomeno giuridico nel sistema delle determinazioni universali della coscienza, cogliendone la genesi intima, circoscrivendone il contenuto, il significato, il valore. Comprendere un oggetto ovvero un rapporto e pensarlo filosoficamente è tutt’uno che confermare quell’oggetto o quel rapporto in un ordine intelligibile, tutt’uno che ritradurlo nella sintesi creatrice dello spirito, che è genesi unica e prima di ogni intelligibilità e di ogni valutazione. La filosofia è una visione del mondo in termini di intelligibilità, ecc. ecc.’". Da questa precisazione, dalla quale si evince come per il critico Croce filosofia sia sinonimo di sistema, risulta che il difetto di stile, rilevato nell’opera di Petrone, non è che il sintomo di un difetto più profondo di natura teoretica. "Il finto tecnicismo, che non serve alla precisione del pensiero ma alla pompa delle metafore", quel "dire le cose più semplici nel modo più complicato" sono per Croce il segno di un "guazzabuglio" mentale nel quale "le cose ovvie", o almeno quelle che al filosofo napoletano sembrano tali, e cioè che "il diritto è un momento dello spirito (…) e non può essere inteso se non nella filosofia dello spirito", vengono "fraintese". E contro tale fraintendimento Croce avverte il "dovere di protestare", essendo stato colui che "Ha procurato di dare nuovo avviamento alla filosofia del diritto, svolgendola come scienza della pura forma giuridica (= economica)". Ora Petrone ha frainteso perché non ha un giusto concetto di "formale", non lo intende "nel senso della pura forma kantiana (…) ma in quello dei giuristi e dei casisti della giurisprudenza" e, per spiegarsi, Croce introduce una serie di opposizioni. Il formalismo di Petrone starebbe alla filosofia del diritto quale scienza della pura forma giuridica come la "logica formalistica" sta alla "estetica della pura intuizione", come la "casistica dei moralisti" sta alla "logica trascendentale", come la "precettistica dei retori" sta alla "etica della pura coscienza". Si delineano in tal modo quelle che sono per Croce la funzione e la struttura della filosofia del diritto. "Una filosofia schiettamente formale del diritto accoglie e spiega del pari rivoluzione e conservazione, dà ragione così del sorgere della regola del diritto come del suo essere violata, non costituisce particolari diritti e non difende nessuno degli esistenti". Per essa vale già quello che verrà detto, in Teoria e storia della storiografia del 1915, a proposito della coscienza storica, "non è mai giustiziera ma sempre giustificatrice".

E il giovane Tilgher, laureato in giurisprudenza con tesi in filosofia del diritto, relatore il prefato professor Salvioli?
Come capita da sempre ai giovani studenti napoletani, che bevono gli scritti dei loro maestri, tanto più se apparsi nell’ultimo numero di una rivista à la page, e s’immedesimano nelle loro polemiche, parteggiando sfegatatamente per i più caustici, Tilgher, forse per liberarsi dall’ombra di un relatore squalificante, si lancia nella verifica delle tesi crociane, con entusiasmo pari solo all’ingenuità, esprimendo la propria originalità nella radicalizzazione degli assunti.
Nel saggio Il diritto come prodotto dell’autocoscienza, del 1911, prende di mira Igino Petrone. "E’ noto in quali tristi condizioni versi oggi in Italia la filosofia del diritto – afferma perentoriamente il ventiquattrenne Adriano – coltivata com’è, per solito, da gente che, inetta a trattare di giurisprudenza pura e di filosofia generale, per mancanza di buoni studi e di sincera vocazione, crede, sommando due incompetenze, di ottenere come risultato una patente di competenza nella trattazione dei difficili problemi di filosofia del diritto". Non è difficile riconoscere l’ispiratore! In questo quadro, Petrone è "uno dei pochissimi che abbiano ingegno filosofico". Buon per lui. "Non gli si può negare finezza di esposizione e acume di intuizione, e, qua e là, calore e pathos filosofico. Pregi che risulterebbero con ben altro rilievo se l’esposizione fosse meno prolissa e la forma abbondante e, a volte, gonfia e retorica". Proprio così: gonfia. Qualcuno già l’aveva detto! Sicché, "da qualunque punto lo si tocchi – continua il giovane Adriano – l’edificio sistematico del Petrone cade e si sgretola e si sfascia. A prima vista sembrava assiso su basi forti e incrollabili, ma era un’illusoria apparenza". Perché Petrone non è sicuro nella sua "sistemazione" e sembra porre in dubbio quanto detto da Croce, che il diritto sia fondamentalmente "attività e non conoscenza, pratica e non teoria, azione e non contemplazione (…), nella sua intima e peculiare natura, non conoscenza ma attività". Di conseguenza il Petrone è "incerto" sui rapporti tra "filosofia generale" e "filosofia del diritto" e parla di rinnovellare il contenuto di questa riannodandone i nessi "di continuità e di contiguità" con quella, non avendo però ben chiaro, quanto chiarito bene dal Croce, che, "se il diritto è un momento dello sviluppo della coscienza" e "se la filosofia è posizione di un oggetto o rapporto nel sistema delle determinazioni universali dello spirito", la filosofia giuridica sarà "un momento o capitolo della filosofia generale o della filosofia tout court, non una disciplina indipendente da essa o ad essa coordinata o subordinata, come sembra ammettere il Petrone". Infine, con le categorie dell’ego e dell’alter, combinantesi in relazioni di egoismo (l’ego offende o distrugge l’alter), relazioni di diritto (l’ego rispetta l’alter in condizioni di reciprocità) e relazioni di morale (l’ego si sacrifica per l’alter), Petrone dà la prova di non avere inteso, quanto stabilito da Croce, come "l’azione dell’uomo sia amorale e morale solo in relazione all’attività individuale o universale donde fluisce, mai in relazione agli effetti più o meno vasti, prodotti da essa nel mondo esterno". Insomma, "l’edificio sistematico del Petrone cade e si sgretola e si sfascia" perché non tiene conto del messaggio della "filosofia della pratica" di Croce, con la distinzione di Economia, in cui trovano posto o sistemazione tutte le espressioni di volontà dell’individuale, e di Etica, in cui trovano posto o sistemazione tutte le espressioni di volontà dell’universale, e con la conseguente sistemazione del diritto nell’economia per esclusione: data l’impossibilità di intendere la volontà implicita nell’esperienza giuridica come diretta all’universale e non dandosi tertium tra universale e individuale. Un argomento testualmente crociano, se nel 1908 in una nota de "La Critica" intitolata Obiezioni alla mia tesi sulla natura del diritto, il filosofo napoletano, quasi annoiato, scriveva: "Io dovrò ripetere agli obiettanti il mio dilemma e sillogismo riassuntivo: L’attività giuridica (se è attività e se è attività pratica) non può essere se non o economica o etica. Etica non è (e tutti convengono che si distingue dall’etica). Dunque … E infatti…". Testualmente: "Don Ferrante merita rispetto (…). L’errore di Don Ferrante stava, non già nel metodo, ma per l’appunto nelle erronee categorie che egli aveva assunte a fondamento".

Pages 1 2 3 4 5