Ma la sociologa-giurista dichiara di volersi sforzare nel prosieguo "di argomentare più approfonditamente le ragioni che oppongo criticamente alle definizioni della globalizzazione secondo il modello Giddens". A questo proposito, si pone dal punto di vista della "globalizzazione nella storia". Ora, se intendiamo la globalizzazione come "capacità di collegamento tra fatti ed eventi distanti […], esempi di importanti interconnessioni e interdipendenze tra zone distanti del globo non sono un appannaggio della storia più recente". Cita in proposito i casi delle "grandi migrazioni asiatiche che ridisegnarono il volto di gran parte del mondo e, si potrebbe aggiungere, il volto di gran parte delle popolazioni mondiali" e degli "imperi, presenti sulla scena del mondo per 5000 anni, che, perseguendo politiche di potenza, inducevano effetti a catena nei territori coinvolti". Così come, ad avviso dell’Autrice, il Sacro Romano Impero e lo ius comune sono altrettanti esempi di globalismo politico e giuridico.
Problema: anche in questo caso, gli esempi addotti non convincono sia perché rimane il problema della dimensione qualitativa e, nello specifico, spazio-temporale dei fenomeni, ben presente nella definizione di Giddens; sia perché si tratta di fenomeni i cui effetti si producono in un arco di tempo più o meno lungo, e che richiedono, a volte, generazioni. Anche tralasciando la portata della rivoluzione informatica , non si può certo sostenere che i periodi storici citati siano uguali al "secolo breve".
Arrivando al nucleo del capitolo la Ferrarese dispiega la sua analisi sulla storia del rapporto tra economia e politica. Sulla scorta del Wallerstein, "il più convinto assertore della differenza che segna la nascita dell’economia moderna, che egli chiama "economia-mondo"", il momento di cesura è quando questa economia-mondo, "per la prima volta, assume autonomia rispetto alla politica e sceglie confini più lati di quelli definiti dalla politica". Lo snodo storico precipuo sarebbe quello del mercantilismo in cui, "nonostante la dipendenza dalle politiche statali", quei secoli "già annunciano vistosamente spinte globalizzanti che paiono collocarsi esplicitamente sul terreno dell’economia". Sebbene, come preciserà successivamente, l’autonomizzazione non esclude "che si instauri tra politica ed economia una reciproca e complessa interdipendenza".
Nell’indagare le cause, "che restano in parte oscure", per cui la globalizzazione ha "condotto a un rafforzamento dell’economia e a un indebolimento della politica", o meglio, alla (relativa) autonomizzazione della prima dalla seconda, l’Autrice adotta una ulteriore chiave di lettura: la relazione tra ragion di stato e "ratio" economica (è probabile che la sociologa del diritto mutui da A.O. Hirshman l’idea dell’analogia tra questi due concetti, il quale avanzò l’ipotesi di una derivazione del secondo dal primo (Tuttavia, come vedremo, le intuizioni di quest’ultimo vengono sviluppate in un paragrafo successivo, con riferimento ad un altro tema). Il punto da cui partire è il considerare capitalismo e stato come "creature coeve, figlie entrambe dello stesso processo di modernizzazione e legate l’una all’altra da un legame funzionale. Stato e mercato sono legati da un nesso funzionale poiché hanno bisogno l’uno dall’altro. Tuttavia, questo nesso si è manifestato in modi diversi in diversi periodi storici". Ora, mentre la ragion di stato ha "la sua sede naturale nelle stanze del potere […] e si discosta dai criteri di azione dell’uomo comune poiché individua qualcosa di superiore e inspiegabile nella sua essenza", al contrario la ratio economica non si afferma "come criterio di azione esoterico", ma "si richiama a un idem sentire che appartiene a ogni soggetto in quanto homo oeconomicus". Tuttavia, ciò che le accomuna è "che esse individuano entrambe un principio autopropulsivo, un proprio motore interno che le regola e le dirige, e che rischia di condurle fino a un esito estremo e totalizzante". Da un lato, "Le capacità autopropulsive del capitalismo e la sua tendenza a innescare un autonomo motore di sviluppo hanno trovato in Marx un cantore forse persino più efficace dei tanti sostenitori del laissez faire". Dall’altro, come suggerisce Meinecke, la ragion di stato è "inevitabile "pleonexia"" e le sue tendenze autopropulsive conducono "a una sorta di "entelechia superpersonale", che trasporta chi agisce, "una grandezza autonoma, un qualche cosa di superindividuale che richiede cure, ci asservisce e asservisce sopra tutto colui che l’ha cercato e voluto" (F. Meinecke)".
"Vista dalla prospettiva di questi due motori propulsori, la modernità pare aprirsi all’insegna di un individualismo che, mentre appare nella sua massima espressione, è già segnato da una crisi interiore che lo divora, soggiogandolo a forze esteriori e incontrollabili. La logica totalizzante che è intrinseca a questi due motori porta a far sì che ciascuno di essi tenda, se non a escludere, visto il bisogno che comunque ha dell’altro, a ridurre l’altro nel proprio cono d’ombra, usandolo semplicemente per le proprie finalità. Insomma, il rapporto tra stati e mercati, pur non potendo mai essere un rapporto "a somma zero", visto il bisogno reciproco, è tuttavia un rapporto intrinsecamente concorrenziale".
Ma sono altre due differenze tra ragion di stato e ratio economica che "conducono lontano, fino al processo di globalizzazione economica". La prima attiene allo spazio operativo delle due: "lo stato nasce come controllo del territorio su cui installa la propria impresa monopolistica dell’uso legittimo della violenza. Le imprese capitalistiche non hanno un rapporto altrettanto stringente con il territorio; al contrario, hanno una capacità globalizzante [:…] il mercato, per propria vocazione è senza confini, anzi vive proprio in un continuo tentativo di superamento dei confini". Invece, "la seconda differenza attiene agli scenari istituzionali a cui le due dette forme di ratio sembrano richiamarsi. Il principio totalizzante che è insito in ognuna di esse pone la radice di una implicita contraddizione con il diritto, inteso nella sua accezione di diritto "formale" […]. Lo stato di diritto, con la sua pretesa di funzionare secondo un proprio automatismo diretto dalle norme, può apparire una presenza ingombrante sia a una politica statale votata al proprio accrescimento, sia a un’economia sempre più "prometeica" (D. Landes). Economia e politica, intese come principi di azione cechi e accecanti, sono entrambe restie a riconoscersi in un ruolo subalterno al diritto", per cui finiscono entrambe per strumentalizzarlo ai propri interessi. "Ratio status e ratio oeconomica disegnano due diversi scenari istituzionali contrassegnati rispettivamente l’uno della preminenza del diritto pubblico, l’altro dalla centralità del diritto privato. Questi due scenari istituzionali sono stati allestiti dalla storia in diversi luoghi geografici: il primo nell’Europa continentale dello ius pubblicum, il secondo nei paesi anglosassoni, e specie negli Stati Uniti, terra a preminenza di diritto privato".
