Il primo capitolo – "La globalizzazione economica. Economia senza limiti e stati a potere limitato" – si apre con una domanda: "La globalizzazione: evoluzione o rivoluzione?". La Ferrarese rileva l’insufficienza del dibattito odierno nel chiarire il problema e dichiara subito di prospettare una soluzione contraria alla doxa dominante per la quale "la globalizzazione è un fenomeno (e una novità) che interessa prevalentemente la sfera economica, mentre i mutamenti che ne derivano nella sfera istituzionale vengono invece interpretati prevalentemente in un’ottica gradualista". Al contrario, sostiene l’Autrice "se si guarda alla storia del capitalismo, la globalizzazione economica può essere letta come uno sviluppo già scritto nel suo DNA. […] viceversa, se si guarda alla storia istituzionale, specie come essa è stata forgiata nell’Europa continentale intorno al baricentro statale e ai suoi connotati giuridici, la globalizzazione presenta tratti decisamente rivoluzionari. Qui si vedono i tratti di una cesura più che di una continuità. È come se la globalizzazione interrompesse quel capitolo di storia europea contrassegnata dalla centralità degli stati, imponendo una nuova sorta di imperialismo guidato dalle forze economiche".
È ovvio che per rispondere alla domanda, per la Ferrarese diviene centrale il problema di come definire la globalizzazione. Le diverse definizioni dipendono dall’"impostazione data" ai problemi e dai "diversi angoli di osservazione". "Ovviamente, la scelta di un tipo di definizione piuttosto che di un altro comporta la messa in luce di alcuni aspetti e la messa in ombra di altri e questa selezione non è indifferente in termini di accuratezza scientifica del fenomeno che si analizza". "Dato l’angolo d’osservazione prescelto in questo scritto, ad esempio, appare insoddisfacente definire la globalizzazione nei termini di Giddens, "come l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti e facendo sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa" (A. Giddens), questa definizione si attaglia benissimo all’intento di questo autore che si occupa, più che della globalizzazione in quanto tale, dei risvolti globalizzanti della modernità: essa risponde pertanto all’intento di illustrare la modernità come liberazione dai vincoli spaziali e temporali". Si badi che, come l’Autrice scrive, è una delle definizioni più diffuse ed utilizzate (spesso è accompagnata dalla nota immagine del battito d’ali di farfalla, che si farebbe sentire da una parte all’altra del globo). Ma a suo avviso è "insoddisfacente" per due ragioni. "In primo luogo, perché descrive come nucleo tipico della globalizzazione un aspetto che, pur essendo oggi sempre più evidente e sempre più avvertibile da tutti, è tutt’altro che nuovo e non riflette un cambiamento qualitativamente caratterizzante, ma semmai solo quantitativamente più presente".
Problema: verrebbe comunque da chiedersi se ciò non possa comportare un "salto" quanti-qualitativo; anche perché la rivoluzione informatica, non presa sufficientemente in considerazione, appare qualcosa di più che un aumento quantitativo delle relazioni sociali .
"In secondo luogo, perché […] si perdono di vista altri aspetti che, a ben vedere, sono invece assai più caratterizzanti e tipici della globalizzazione, a partire da un importante cambiamento nella sfera dei rapporti tra politica ed economia, o, se si vuole, tra stati e mercati". Sembrerebbe che, alla sociologia del diritto prema criticare, più che la definizione, il fatto che "Giddens scegliendo la definizione detta, considera gli stati-nazione e il rapporto tra stato ed economia nella maniera tradizionale", per questo, "egli, pur sottolineando la grande potenza economica delle multinazionali, ritiene che vi siano aspetti-chiave su cui esse non possono rivaleggiare con gli stati: espressamente, nel controllo del territorio e nel monopolio dell’uso della violenza legittima". Mentre, "nel contesto della globalizzazione, si attenua l’importanza proprio di quelle due variabili-chiave di cui parla Giddens. Da una parte, il monopolio della forza fisica degli stati si incrina e cede quote ad altri enti sovrastatali; dall’altro, il controllo del territorio è sottoposto a sfide sempre più importanti". La sociologa del diritto, invece, ritiene la definizione della globalizzazione di S. Strange, "che guarda ad essa come un processo di passaggio di consegne di sempre maggiori poteri dagli stati ai mercati", "più affilata e permette di cogliere il cuore della trasformazione in atto nei rapporti tra politica ed economia". La portata rivoluzionaria della globalizzazione starebbe dunque in "una funzionalità invertita tra stati e mercati: sempre più gli stati tendono a diventare funzionali ai mercati".
Problema: si potrebbe non essere d’accordo con la critica della sociologa del diritto. Stando alle sue chiarificazioni metodologiche, la definizione di Giddens è il portato di un’analisi diversa del problema e di un "diverso angolo di osservazione", perciò, come Ella stessa ammette, "si attaglia benissimo all’intento" dell’autore. E, anzi, si potrebbe dire che gli "aspetti" che l’Autrice vuole mettere in evidenza come "più caratterizzanti e tipici della globalizzazione", sono tali proprio in virtù del problema che si vuole analizzare e della definizione adottata. Di qui che, coerentemente con le chiarificazioni metodologiche date all’inizio, entrambe le definizioni impiegate dovrebbero ritenersi valide.
