Quanto si finisce per perdere (quasi del tutto) lungo questa strada "fattuale", è ciò che in Testi e contesti dell’ordinamento giuridico, abbiamo definito come il "premio dell’assicurazione" nella età dei diritti e alla luce dell’esperienza dello stato sociale (Cedam, Padova 2001, 3za.ed., pp. 133 sgg.). Infatti, allorché Honneth sostiene nella Lotta per il riconoscimento che "perciò negli ultimi secoli gli arricchimenti progressivamente apportati allo status giuridico del singolo cittadino sono andati di pari passo con la complessiva estensione delle capacità fondamentali che caratterizzano costitutivamente l’uomo come persona: ai requisiti che mettono un soggetto in grado di agire autonomamente sulla base di valutazioni razionali si è nel frattempo aggiunto un livello minimo di formazione culturale e di sicurezza economica" (op.cit., pp. 142-143), or bene, è curioso notare che a un fine studioso della logica del potere, come Axel Honneth, sfugge l’indissolubile intreccio che lega questo "progressivo arricchimento" dell’uomo come persona, all’invadente paternalismo delle forme di organizzazione (politica, giuridica ed economica) della società contemporanea. Proprio in Germania, e non a caso, l’esperienza del cosiddetto "stato sociale" inizia, sotto l’egida del Kathedersozialismus, con la ragion di stato di Otto von Bismarck.
D’altro canto, la ricostruzione "fattuale" propostaci da Honneth sulla scia di Marshall, appare non solo monca e, in modo politically correct, strettamente "occidentale" (per cui sarebbe pur sempre il caso di chiedersi il senso del nesso che lega "the urge forward along the path thus plotted" con le drammatiche divisioni tra "primo" e "terzo mondo", tra nord e sud del pianeta, etc.). Ma, a tacere anche delle degenerazioni tecnocratiche della società di massa, nella quale le categorie con cui più spesso si seguita a pensare al diritto come medium del riconoscimento intersoggettivo, rimandano, come noto, al paradigma normativista del positivismo – cioè a dire: all’idea che il diritto consista in una sovrapposizione convenzionale di norme ai fini della neutralizzazione del conflitto intersoggettivo -, non di meno, quanto colpisce nell’analisi di un filosofo come Honneth, è proprio la mancanza di un basilare criterio contro-fattuale di giudizio. Proprio perché "il tentativo di partire dai presupposti intersoggettivi dell’integrità personale per arrivare alle condizioni normative universali di una vita riuscita deve alla fine includere anche la modalità di riconoscimento di una solidarietà sociale che può essere generata soltanto da fini comuni e condivisi" (op.cit., p. 208), delle due, l’una.
O, infatti, la cifra delle odierne società (occidentali) è data dal weberiano "politeismo dei valori" e da quanto, più recentemente, si formula anche come dimensione della "multi-culturalità" – ma, allora, come dimostra ampiamente l’odierno caso dell’Europa, il problema diventa proprio quello di definire quali debbano essere, per l’appunto, i fini "comuni" e "condivisi" di cui parla Honneth -, oppure, il rischio è che, in attesa del giorno in cui i buoni propositi "comunicativi" della teoria si possano finalmente celebrare nella realtà, i fini "comuni" e "condivisi" finiscano per essere soltanto quelli dell’homo oeconomicus. "Non si può rinunciare a porre accanto alle forme di riconoscimento dell’amore e di una relazione giuridica moderna anche i valori materiali che sono in grado di produrre una solidarietà post-tradizionale; ma neppure si può già riempire automaticamente il posto così individuato come luogo del particolare nella struttura relazionale di una forma moderna di eticità. Infatti, se quei valori materiali punteranno in direzione di un repubblicanesimo politico, di un ascetismo ecologicamente motivato, oppure di un esistenzialismo collettivo, e se presupporranno trasformazioni nella realtà economica delle nostre società, oppure rimarranno compatibili con le condizioni di una società capitalistica, sono questioni che non sta più alla teoria determinare, ma al futuro delle lotte sociali" (op.cit., p. 209).
In questo modo, proprio quando sorge l’esigenza (o l’interesse) di precisare le costellazioni categoriali mediante le quali la praxis va articolando il "futuro delle lotte sociali", si conclude la Lotta per il riconoscimento. Ad un fine studioso di Hegel (di Honneth si v. il recente Leiden an Unbestimmtheit del 2001, tr.it. Il dolore dell’indeterminato. Una attualizzazione della filosofia politica di Hegel, Manifestolibri, Roma 2003), non va tuttavia rimproverato l’astratto tentativo di decidere a tavolino sulle diverse tensioni in atto (e che si esprimono, come visto, nel caso di Honneth, con il repubblicanesimo, l’ascetismo ecologico, l’esistenzialismo collettivo e le sorti del capitalismo). Ma, pure a concedere a Honneth che non sono richieste doti profetiche al filosofo, rimane pur sempre da svelare non solo (o non tanto) il necessario profilo ideologico implicito in ogni lotta di parte, quanto la misura che media e tiene assieme (in quanto s-piega) le tensioni in atto nel mondo contemporaneo. Se infatti il contributo del filosofo tedesco risulta pregevole per i diversi livelli d’analisi secondo cui cogliere la cifra intersoggettiva del riconoscimento – nell’orizzonte, dianzi detto, dell’amore, del diritto e dell’etica -, è però significativo che risultino sfuocati i principii e le categorie con cui dar voce alle nuove istanze (giuridiche e politiche) del conoscere "nuovamente" il nuovo. Come precisato in Alle fonti del diritto, il principio che ritroviamo alla base dell’interazione comunicativa dei soggetti, chiama in causa la logica della fondazione intesa nel senso del "reciproco condizionamento" delle parti dell’insieme, lo spessore "obiettivo" istituzionale e la disamina dell’orizzonte temporale secondo cui i profili diacronici e sincronici del riconoscimento s’intrecciano. Nell’incertezza che spesso regna sovrana tra gli odierni studiosi, tra il "già visto" e il "non ancora", le ricerche di Honneth ricordano come riaffiori sempre in forme nuove, perché storicamente determinate, lo spettro fenomenologico che dischiude all’interazione comunicativa di soggetti "liberi" ed "eguali". A differenza di Honneth, tuttavia, va aggiunto che "the urge forward along the path thus plotted" non elimina a priori la possibilità di ritrovarsi, anche nell’Occidente contemporaneo, alle prese con rapporti servili di potere.
